Spending Review: mantenere i dipendenti precari aumenta la spesa pubblica


Dopo le direttive dell’Europa, a sostenerlo sono i conti della Ragioneria dello Stato: dove si stabilizza il personale, come per sanità e regioni, si arriva a risparmiare il 33% in cinque anni (285 milioni). Mentre dove si mantengono in vita 140mila supplenti annuali, come nella scuola, si va incontro ad un aggravio per il comparto, e per l’erario, di 350 milioni di euro. Anief-Confedir: una “perfetta” operazione di risparmio al contrario, che produce disservizi e fa lievitare il debito statale.

Tenere precarizzato il rapporto di lavoro di centinaia di migliaia di dipendenti può costare molto caro. Lo sa bene lo Stato italiano, che tra il 2007 e il 2012 ha stabilizzato quasi 25mila lavoratori del servizio sanitario nazionale e circa 28mila appartenenti alle regioni ed alle autonomie locali. Ciò ha comportato un risparmio immediato sui costi sostenuti dall’amministrazione, rispettivamente, di 80 e 285 milioni di euro. Offrendo un esempio positivo su come sia possibile adottare una buona politica di spending review, visto che si è arrivati a ridurre di un terzo le spese sostenute appena cinque anni prima. E, nel contempo, si è dato seguito a quanto previsto dalla normativa europea vigente (in particolare dalla direttiva 1999/70/CE) sul fronte della stabilizzazione del personale dipendente precario con almeno tre anni di servizio alle spalle.

Purtroppo, però, il buon esempio adottato per i dipendenti di sanità e regioni non trova riscontro nella scuola. Deve nello stesso arco temporale il numero di dipendenti stabilizzati si è fermato a poche centinaia. Ciò ha comportato che la “Spesa per il tempo determinato” del comparto Scuola – si legge nel rapporto annuale del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato - è passata dai 512,69 milioni di euro del 2007 agli 861,10 del 2012. Facendo quindi registrare – unico caso in controtendenza nella PA - un incremento del 68%, pari a circa 350 milioni di euro, rispetto alla spesa per le supplenze sostenuta cinque anni prima.

Ma sempre nel quinquennio 2007-2012 tutta la spesa totale del settore scolastico ha fatto registrare un sostanzioso incremento. Il sempre più rallentato turn-over ha infatti lasciato in servizio un sempre numero maggiore di docenti over 50. Tanto è vero che oggi oltre il 60 per cento degli insegnanti italiani è in questa fascia di età. Aggravando ulteriormente le “casse” dello Stato, visto che grazie ai gradoni stipendiali, coloro che detengono un numero maggiore di anni di servizio percepiscono uno stipendio maggiorato rispetto ai colleghi neo-assunti. E ciò comporta, oltre che un pericoloso ‘appesantimento’ anagrafico del corpo docente italiano per il sempre maggior gap rispetto agli alunni, anche un aggravio per i conti dello Stato.

Eppure la possibilità per svecchiare in poco tempo la categoria ci sarebbe: nel 2012 sono infatti stati 140mila, quasi la metà di tutti quelli della pubblica amministrazione, i dipendenti della scuola assunti a termine. Mentre la Ragioneria Generale dello Stato ha conteggiato “solo” altri 167mila precari in forza ad altri comparti (con presenze maggiori nelle Regioni ed autonomie locali, quasi 53mila posti, e nelle forze armate, oltre 39mila). La consistenza dei docenti sul totale dei precari della PA sfiora quindi la metà del contingente complessivo. E rimane sempre alta la percentuale di comparto Scuola rispetto al personale di ruolo: attorno al 14%.

“Dunque quasi la metà dei lavoratori non a tempo indeterminato del pubblico impiego (circa il 46%) – spiega il Dipartimento della Ragioneria generale - è costituito da personale legato al mondo dell’istruzione in cui una quota di personale non stabile è necessaria a coprire le fisiologiche oscillazioni nel numero di cattedre che si formano ogni anno o per coprire le cattedre che restano scoperte, come nel caso delle sostituzioni per maternità, evento tutt’altro che raro vista la composizione di genere del comparto”.

Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, non ha dubbi: “oltre che disattendere le richieste dell’Europa sugli obblighi di stabilizzazione del personale con almeno 36 mesi di servizio svolto, lo Stato italiano dà dimostrazione di come sia possibile attuare una politica di spending review alla rovescia. Prima la politica dei tagli all’istruzione e alla formazione, iniziata con l’articolo 64 della Legge 133/2008, e successivamente quelle sull’inasprimento del rapporto a tempo determinato, come nel caso della Legge 106/2011, non hanno fatto altro che rendere più rossi i conti della pubblica amministrazione”.

“Disattendendo quindi clamorosamente i risultati auspicati dal legislatore: le spese per il personale dipendente, che si volevano ridurre attraverso i provvedimenti di calmierizzazione della spesa, hanno addirittura fatto registrare un importante incremento della spesa di comparto. Confermando che nella Scuola, dove comunque il servizio va garantito, la politica dei tagli dei posti di lavoro ad oltranza non paga: oltre a produrre disservizi ad alunni e famiglie, comportando scarsa continuità didattica e progettualità, deprime l’economia generale e – conclude Pacifico – ora la Ragioneria dello Stato ci dice che fa aumentare la spesa pubblica”.

Per approfondimenti:

Costo del lavoro pubblico in Italia - analisi dei dati 2007/2012

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