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Nella manovra di bilancio, accanto al reddito di cittadinanza e a quota 100, Anief chiede di trovare subito altri 4 miliardi per non perdere i mini-aumenti in busta paga appena ricevuti dagli Statali che percepiscono fino a 26 mila euro. E complessivamente 30 miliardi per allineare tutti gli stipendi pubblici all'inflazione, cresciuta di 20 punti negli ultimi dodici anni. Secondo il presidente nazionale, Marcello Pacifico, non ci si può preoccupare soltanto di chi non lavora o di chi accede alla pensione sociale. Stiamo parlando di buste paga nette sui 1.500 euro e in media per loro l’assegno di pensione potrebbe non superare i 750-800 euro: una somma simile a quella che oggi, attraverso il reddito di cittadinanza, si vuole destinare a chi non ha lavorato.

 

 

La manovra di bilancio trascura i dipendenti pubblici: la conferma dell’impianto del Def, su cui è stato raggiunto l’accordo di maggioranza il 27 settembre, significherebbe infatti che non c’è interesse alcuno per i compensi irrisori percepiti dai dipendenti pubblici, un terzo dei quali in servizio nella scuola. Gli aumenti arrivati nel 2018, dopo un decennio di blocco contrattuale, necessitano infatti di essere integrati con 4 miliardi da subito, in modo da evitare con il nuovo anno la riduzione degli stipendi di coloro che percepiscono meno di 26 mila euro. Ma in tutto occorrono 30 miliardi, per portare le buste paga di chi opera nella PA almeno sopra il tasso d’inflazione.

“Il problema - denuncia Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal - riguarda coloro che hanno cominciato a lavorare nell’anno 2000 e che oggi percepiscono un compenso mensile che senza interventi dal 1° gennaio verrà persino ridotto, per via della mancata copertura da parte dell’attuale Governo in carica della perequazione garantita da quello Gentiloni solo fino al 31 dicembre 2018. Una circostanza inammissibile, considerando il fatto che già oggi gli stipendi dei lavoratori pubblici rimangono sotto il costo della vita di almeno il 5 per cento”.

“In questa situazione – continua Pacifico –, con le riforme previdenziali approvate negli ultimi anni, diventa sempre più possibile andare in pensione dopo 42 anni di servizio con lo stesso assegno di chi è disoccupato. E qui sta il punto, perché non ci si può preoccupare soltanto di chi non lavora o di chi accede alla pensione sociale, ma occorre anche approvare delle norme eque, che non arrivino a mortificare chi un lavoro c'è l'ha e presta ogni giorno un servizio professionale per lo Stato”.

Gli arretrati irrisori conferiti al personale della scuola per il 2016 e il 2017, a seguito del rinnovo contrattuale dell’aprile scorso, e gli 80 euro dati per il 2018 a titolo perequativo dimostrano come gli attuali stipendi siano miseri e lontani dal recupero dell'inflazione. Anzi, potrebbero persino scomparire nel 2019 se non si trovano 2 miliardi per coprirne l'erogazione come a tutti gli statali (600 mila tra docenti e Ata), a cui se ne devono aggiungere almeno altri 2 miliardi per garantire il bonus di 80 euro.

Ma se si pensa alla crescita dell'aumento dei prezzi registrata dal 2009, quando si avviò il blocco del contratto, allora i miliardi salgono a 30, se si vuole rispettare la dignità dei lavoratori e l'articolo 36 della Costituzione. “Perché senza interventi, allo stato attuale, quando si andrà in pensione col sistema contributivo puro si avrà a malapena il 40-50% dell'ultimo stipendio: significa che, siccome stiamo parlando di buste paga nette attorno ai 1.500 euro, in media l’assegno di pensione potrebbe non superare i 750-800 euro. Una somma simile a quella che oggi, attraverso il reddito di cittadinanza, si vuole destinare a chi non ha lavorato. Ecco perché – conclude il sindacalista autonomo - Anief lancia un appello al Governo perché si occupi anche di chi lavora ogni giorno per lo Stato e i suoi cittadini”.

 

 

 

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