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Il sindacato autonomo chiede a Dsga, Ata e docenti finiti o che finiranno in soprannumero di ricorrere subito in tribunale: coinvolti migliaia di titolari rimasti senza posto presso le oltre 2mila scuole accorpate o cancellate.

Si stanno moltiplicando le interpretazioni alla sentenza della Corte costituzionale dellascorsa settimana, sulla prevaricazione adottata dallo Stato nei confronti delle regioni a proposito del dimensionamento coatto degli istituti d’infanzia, primaria e media inferiore: in attesa che viale Trastevere decida quale posizione assumere, nelle ultime ore si è espressa la Cisl Scuola, che ha sottolineato come la Consulta abbia chiarito che “lo Stato non può imporre alle Regioni di costituire obbligatoriamente istituti comprensivi, nè stabilire quale debba essere la loro consistenza in termini di alunni”, spiegando che “è legittima, però, la decisione dello Stato di non assegnare il Dirigente Scolastico agli istituti di dimensioni troppo ridotte”. Per il sindacato di Scrima, quindi, come già precedentemente rilevato su questa testata viene confermata la facoltà dello Stato “di fissare la soglia sotto la quale non si attribuisce la Dirigenza (e per gli effetti di successive integrazioni della norma di legge nemmeno il DSGA)”.

Di diverso avviso è l’Anief, che ha fatto notare come la sentenza dei giudici delle leggi sia così pregna di significato da permettere il via libera al reintegro di tutto quel personale scolastico, Dsga, Ata e docente, finito “in esubero nelle scuole dimensionate a seguito dei decreti assessoriali e regionali che razionalizzano la rete scolastica (da 10.213 a 8.017 scuole autonome) in applicazione dell’art. 19 comma 4 del D. L. 98/11”.

Il sindacato guidato da Marcello Pacifico ha intenzione ricorre in tribunale (c’è tempo fino al 18 giugno) e puntare dritto verso “l’autonomia delle 2.000 scuole dimensionate. La pronuncia della Corte costituzionale, infatti, permette – sempre secondo il sindacato autonomo - di poter adire il giudice per annullare i provvedimenti che cancellano migliaia di posti di lavoro”. A ricorrere, però, saranno solo i diretti interessati: quelli, per intenderci, che hanno subito un danno diretto dal dimensionamento deciso dallo Stato dimenticando la potestà regionale sulla materia. Ritrovandosi, a seguito di un provvedimento ritenuto oggi improprio, nelle “graduatorie definitive del personale soprannumerario”. L’invito a ricorrere è inoltre preventivo, poiché rivolto “anche i dirigenti delle scuole del primo ciclo, che perderanno la presidenza il prossimo anno”.

Una volta raccolti i ricorsi, l’Anief punterà ad “ottenere l’annullamento del decreto di dimensionamento”. Un obiettivo troppo alto? Staremo a vedere.

Fonte: Tecnica della Scuola

La Corte costituzionale ha colpito al cuore della scuola: gli accorpamenti fra istituti sono illegittimi, ha sentenziato giovedì. Il sindacato Anief ora sostiene che sarà necessario disarticolare quasi duemila scuole, già accorpate secondo la regola «non meno di seicento studenti per istituto non più di mille». E annuncia che impugnerà tutti i «decreti assessoriali» riguardanti la cancellazione o l' accorpamento di istituti scolastici.

Il Pd e l' Idv, Sel, la sinistra fuori dal Parlamento e i sindacati confederali attribuiscono la "sconfitta accorpamento" all' ex ministro Gelmini e in sottordine alle tredici Regioni che non si sono opposte al provvedimento. Molti chiedono al ministro Profumo un cambio di passo: «Deve fermare la cancellazione degli istituti e tornare a investire nell' istruzione».

Dal ministero della Pubblica istruzione si segnala come non sia possibile mettere mano subito alla questione: «Non partirebbe l' anno scolastico». Le Regioni potranno chiedere cambiamenti per la stagione 2013-2014.

Fonte: Repubblica

Nessuno stanziamento per permettere ai professori di occupare temporaneamente, nel caso di ferie del dirigente scolastico o di impegni per la maturità, il ruolo di capo istituto. Con pesanti ripercussioni e possibili denunce. L'obiettivo è risparmiare 10 milioni di euro. 

Scoppia la grana delle ferie ai presidi. Questa estate, i dirigenti scolastici rischiano di dover disertare le commissioni della maturità o di lasciare le scuole acefale per fruire del riposo annuale. In alternativa, potrebbero decidere di frazionare la pausa estiva in blocchi da 10 giorni o non andare in ferie per nulla. 

Secondo una nota ministeriale relativa al bilancio 2012 infatti, da quest'anno non sono più previste somme per pagare l'indennità di sostituzione dei capi d'istituto e questi ultimi stanno passando la patata bollente ai direttori scolastici regionali.

In questi giorni, i dirigenti scolastici aderenti alla Flc Cgil, alla Cisl scuola e allo Snals Confsal stanno inviando una eloquente lettera ai diretti superiori, in cui comunicano loro il periodo scelto per le ferie e che "per gli adempimenti di competenza, nel suddetto periodo nessun docente" della scuola "sostituirà il dirigente scolastico visto che la Direzione generale per la politica finanziaria e per il bilancio del ministero ha comunicato di non aver assegnato alcuna risorsa per l'indennità di sostituzione del dirigente scolastico".

E' la prima volta che diecimila istituzioni scolastiche italiane si trovano a fronteggiare una simile situazione. Chi guiderà le istituzioni scolastiche durante le ferie del capo d'istituto? Ma la vicenda rischia anche di intrecciarsi con la maturità, al via fra meno di un mese. I dirigenti scolastici, ogni anno, presiedono parecchie commissioni di maturità e in quel periodo sono tecnicamente in servizio. Al loro posto resta il vicario o un altro collaboratore, in favore del quale dopo 15 giorni scatta l'indennità di sostituzione, legata anche alla responsabilità di gestione dell'istituto durante l'assenza del capo.

Le operazioni relative alle commissioni degli esami di Stato durano in genere da 20 a 30 giorni. Se non si troverà una via d'uscita i dirigenti scolastici avranno due possibilità: lasciare le scuole senza guida nel delicato momento in cui occorre organizzare i corsi di recupero per gli alunni rimandati a settembre e per la stessa maturità; oppure disertare le commissioni mettendo nei guai i provveditorati che dovranno trovare in fretta e furia centinaia di sostituti. 

Ma, secondo l'Anief, le lettere che i presidi stanno inviando ai direttori regionali possono avere ripercussioni più pesanti. "La comunicazione inviata agli Uussrr può portare  -  spiega Marcello Pacifico  -  a denunce per omissione di atti di ufficio e interruzione di pubblico servizio e può portare la Corte dei conti a bloccare le ferie dei dirigenti o le nomine alle presidenze delle commissioni degli esami di maturità. Può  -  si chiede ancora Pacifico  -  il dirigente di una scuola assumere l'incarico di presidente di commissione di esame di Stato o andare in ferie senza nominare un sostituto lasciando la scuola senza direzione?". 

La norma che rischia di gettare nella confusione migliaia di scuole e mezzo milione di studenti della maturità mira a risparmiare 10 milioni di euro. Ma ne vale la pena?

Fonte: Repubblica

Secondo il sindacato Anief produrrà rilevanti conseguenze la sentenza 147/2012 della Consulta, che ritiene costituzionalmente illegittimo l'articolo 19, comma 4, del decreto legge 98 del 2011, poi legge 111/2011, nella parte che fissava l'obbligo di accorpamento in istituti comprensivi di scuole d'infanzia, primaria e medi con meno di mille alunni: il sindacato darà mandato ai suoi legali perché impugnino tutti i decreti assessoriali riguardanti la cancellazione o l'accorpamento di istituti scolastici, ormai dichiarati incostituzionali.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, "la Gelmini dopo essere stata bacchettata per i mancati inserimenti a 'pettine' dei precari, ha ricevuto una bocciatura anche per l'inadeguato provvedimento che ha dimensionato in 15 giorni la rete scolastica italiana cancellando 2.000 presidenze". Ora la Consulta ristabilisce le cose sui giusti binari, ritenendo la Legge 111/2011 priva di efficacia perché contrasta palesemente con l'articolo 19, comma 4, della manovra è (quello che determina le competenze legislative di Stato e Regioni), "essendo una norma di dettaglio dettata in un ambito di competenza concorrente".

"Questa sentenza dei giudici - continua il presidente dell'Anief - oltre a ripristinare il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, manda dunque un chiaro segnale verso il precedente Governo. E rende vano il suo tentativo di calpestare, con una legge estiva, i diritti dell'utenza costituzionalmente protetta. Il provvedimento si materializza, tra l'altro, nella stessa giornata in cui, durante la riunione del comitato paritetico dell'Aran, sono stati resi noti i dati parziali di rilevazione degli aventi diritto alle elezioni Rsu: rispetto all'ultima tornata elettorale, quindi sei anni addietro, sono stati cancellati addirittura 200 mila posti di lavoro, che corrispondono al 75% dei tagli complessivamente effettuati nello stesso periodo in tutto il pubblico impiego".

"A questo punto - conclude Pacifico - spero che il Parlamento affronti subito la questione della riduzione delle scuole italiane, ripristinando le presidenze cancellate. Ma anche ripartendo con nuovi investimenti nel comparto dell'istruzione e rilanciando il merito. È questa l'unica strada percorribile per tornare a tenere alto il livello scolastico dell'intero Paese".

Fonte: TMNews

Dopo la bocciatura, da parte della Corte costituzionale, dell'articolo 19, comma 4, del decreto legge 98 del 2011, poi legge 111/2011, nella parte che fissava l'obbligo di accorpamento in istituti comprensivi delle scuole dell'infanzia, elementari e medie che per acquisire l'autonomia "devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche", si registrano le prime reazioni da parte delle regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, Sicilia, Puglia e Basilicata) che hanno parzialmente visto vincere il loro ricorso, e dei sindacati.

A trarre le conseguenze più drastiche dalla sentenza pare essere la Sicilia, le cui intenzioni sembrano essere quelle di non applicare la legge Gelmini sul dimensionamento delle istituzioni scolastiche ma la legge regionale 6 del 2000, una legge che la regione insulare aveva già emanato, fissando indici e parametri differenti dal legislatore nazionale.

Sul fronte sindacale, invece si rinnova la linea 'giudiziaria' dell'Anief, il cui presidente, Marcello Pacifico, ha annunciato “che darà mandato ai suoi legali perché impugnino tutti i decreti regionali su cancellazioni e accorpamenti delle scuole, ora reputati incostituzionali”.

Fonte: Tuttoscuola

Scuole senza dirigenti né docenti vicari. Le ferie annuali si avvicinano e i dirigenti scolastici infuriati stanno per fare la mossa suggerita da Cgil, Cisl e Snals: comunicare ai rispettivi direttori regionali dell'istruzione i periodi durante i quali saranno in ferie senza farsi sostituire, e ciò perché non sono state loro assegnate risorse, né lo saranno, per compensare l'attività di sostituzione, ed essi non hanno alcuna intenzione di assumersi responsabilità nell'ordinare spese prive di copertura o adottare provvedimenti annullabili di diritto. 

La nota ministeriale sul programma annuale 2012 del 22 dicembre 2011 (prot. n. 9353), infatti, non solo non aveva previsto di conferire alle scuole i fondi necessari alla liquidazione dell'indennità per funzioni superiori da corrispondere ai docenti collaboratori quando esercitano la funzione vicaria, ma aveva addirittura escluso che durante le ferie potessero essere loro delegate funzioni proprie della qualifica superiore (art. 52 del decreto legislativo n. 165 del 2001). E allora, è il messaggio implicito rinvenibile nella lettera dei dirigenti scolastici, trovino una soluzione i direttori regionali, nelle cui mani vengono rimesse non solo le lettere ma le stesse istituzioni scolastiche. Se le ferie sono un diritto irrinunciabile, e qualche direttore regionale ha già intimato ai presidi di non rinviare le ferie se non in casi motivati da gravi e obiettive esigenze personali o di servizio, se durante le ferie i docenti collaboratori non possono sostituire i dirigenti, allora tocca all'amministrazione periferica, ai direttori regionali dell'istruzione, provvedere a garantire la continuità di direzione delle istituzioni scolastiche. Non certo ai dirigenti scolastici, ai quali è inibita l'unica possibilità che hanno, che è quella di farsi sostituire dai loro collaboratori.

Non è d'accordo l'associazione professionale Anief, secondo la quale i dirigenti scolastici rischiano una denuncia penale, quando “dichiarano di voler lasciare la scuola senza alcun sostituto”. Nello stesso tempo l'Anief contesta la nota ministeriale del dicembre scorso, che avrebbe commesso due errori. Il primo per avere confuso l'esercizio delle funzioni superiori con quelle del dirigente, la cui qualifica non è superiore ma solo di-versa (tesi originale, per altro). Il secondo perché il ministero, ricordando con tono minaccioso le sanzioni cui va incontro il dirigente scolastico nel farsi sostituire durante le ferie da un docente, dimentica di dire che esse si applicano solo nei casi di dolo o colpa grave. Che la nota ministeriale del dicembre scorso fosse sbagliata sul punto lo aveva scritto anche questo giornale ma lo aveva ammesso anche l'ufficio scolastico regionale del Lazio. Nel gennaio scorso, infatti, aveva precisato che i dirigenti scolastici devono dimostrare, in caso di rinvio delle ferie per ragioni di servizio, che le loro funzioni non possono essere delegate ai vicari. In positivo ciò significava e significa affermare che esistono funzioni che i dirigenti scolastici, salvo contraria e motivata decisione dei dirigenti stessi, possono e debbono delegare ai vicari. Fatto sta che il ministero non ha erogato fondi né si è ricreduto sull'interpretazione della norma che vieterebbe ai dirigenti di farsi sostituire durante le ferie. I direttori regionali, ai quali il cerino resta così in mano, non hanno altra scelta: o intimano ai dirigenti scolastici di nominare i rispettivi sostituti, contraddicendo le istruzioni ministeriali, o concordano un piano ferie con i dirigenti scolastici, disponendo sostituzioni reciproche e facendo ricadere la relativa spesa sul fondo regionale per la retribuzione di posizione e di risultato. Accendendo la miccia di ulteriori controversie con i sindacati.

Fonte: Italia Oggi

 

L’Anief chiede a Profumo di verificare se è vera la nomina nel Lazio di dirigenti appartenenti a Cisl e Anp. Accuse pure per lo scambio di codici a poche ore dalla pre-selezione. Russo (Pd) “interroga” il Ministro: concorso viziato da incredibili errori. Intanto Fabio Granata (Fli) auspica ispezioni in Sicilia sulle voci di nomine clientelari di diversi presidi.

Si fa sempre più minacciosa la spada di Damocle che pende sul concorso per selezione 2.386 nuovi dirigenti scolastici. I motivi che mettono a repentaglio la validità del concorso sono sempre gli stessi. In primis i limiti delle procedure adottate dal Miur, o meglio dal Formez, cui il ministero dell’Istruzione si era affidato, in occasione delle procedure di pre-selezione adottate lo scorso mese di ottobre. Ma ora spunta anche un altro “bug”: quello relativo alla presenza tra i commissari del concorso di alcuni dirigenti appartenente ad importanti sindacati nazionali di categoria. Si tratta di una eventualità che, se dimostrata, potrebbe far diventare ancora più problematico il mantenimento in vita del concorso e dei suoi vincitori.

A formulare le contestazioni è ancora una volta l’Anief, il sindacato degli educatori in formazione, che ha mosso dei rilievi formali contro l’organizzazione concorsuale ancora prima del suo avvio (ricorrendo al giudice, peraltro con successo, già la scorsa estate per opporsi contro l’esclusione dei docenti in ruolo da meno di cinque anni ma che vantavano comunque lunghi periodi di supplenze). Stavolta, a concorso quasi terminato, almeno in alcune regioni, l’organizzazione di Marcello Pacifico chiede pubblicamente l’avvio di un “atto ispettivo sulla presunta nomina nel Lazio di dirigenti sindacali di Cisl e Anp che si era costituita ad opponendum per salvare il concorso, contro la normativa vigente”.

In base a quanto risulta all’Anief, la presenza nelle commissioni d’esame di alcuni dirigenti che fanno sindacato sarebbe molto grave. Per spazzare via queste voci, il sindacato autonomo chiede quindi al ministro Profumo di “verificare se dei dirigenti sindacali siano stati nominati membri delle commissioni di esame del concorso contro la normativa vigente”.

Con l’occasione, l’Anief denuncia anche di essere venuta a conoscenza di altre anomalia. Che, sempre se accertata, comporterebbe conseguenze clamorose. In particolare, il sindacato chiede sempre al Ministro di verifiche “se all’atto della verifica dei test pre-selettivi i codici dei candidati possano essere scambiati da Formez nel giro di 24 ore in violazione di procedure che ne richiedono la non modificabilità, pena la contestazione di tutti i codici attribuiti”.

Secondo Marcello Pacifico è terminato il tempo degli indugi. Mentre “è giunto il momento di dire basta a una procedura indegna di un paese civile che non può selezionare i suoi dirigenti su quesiti palesemente sbagliati né permettersi procedure poco trasparenti che travolgono le istituzioni. Bisogna annullare tutto e garantire l’imparzialità della pubblica amministrazione nella selezione del personale e nella valutazione del merito dei candidati. Basterebbe avere un po’ di buon senso per non passare sempre - conclude il presidente Anief - dalle aule parlamentari o giudiziarie”.

Senza entrare nel merito, un invito simile a quello del sindacato autonomo è stato formulato anche dall’on. Tonino Russo (Pd). Secondo cui il Ministero dovrebbe intervenire “al più presto per fare chiarezza sulle gravissime irregolarità del concorso per dirigente scolastico. Ho presentato - dice Russo - un’interrogazione al Ministro Profumo per chiedere quali iniziative intenda adottare qualora il Tar del Lazio riterrà, come ampiamente prevedibile, irregolare l’intera procedura per la selezione dei futuri dirigenti scolastici”. Secondo il parlamentare, eletto in Sicilia, appare ormai sempre più “evidente come il concorso gestito dalla Formez S.P.A. sia stato viziato da una serie di incredibili errori che dovrebbero condurre al suo immediato annullamento. È fondamentale - conclude il parlamentare Pd - che il Ministro trovi al più presto una via d’uscita che chiuda questo brutto pasticcio”.

Profumo, tra l’altro è atteso anche da un’altra grana. Con al centro sempre dei dirigenti scolastici. "Ho portato in Aula con un`interrogazione - ha dichiarato il 5 giugno Fabio Granata, vice coordinatore di Fli - la questione del procedimento per l'assegnazione degli incarichi dirigenziali nelle istituzioni scolastiche siciliane ricevendo una risposta non soddisfacente da parte del Governo". Granata, rivendicando “legalità e trasparenza” pretende, quindi, "un`ispezione ministeriale immediata perché in Sicilia la scuola deve sempre essere al di sopra di ogni sospetto per quanto riguarda eventuali pratiche clientelari o illegalità. Tale azione dovrà chiarire la trattazione difforme di tante posizioni da parte della direzione regionale su uno scenario oggettivamente non trasparente che ha portato alla rettifica di 52 posizioni su 168 e a decisioni difformi sui ricorsi".

Fonte: Tecnica della Scuola

I premi e le borse di studio agli studenti più bravi non servono se poi lo Stato italiano non è in grado di trattenere le sue eccellenze e le fa migrare all'estero: così risponde Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, alla lettera inviata ai sindacati dal ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, nella quale il ministro ha spiegato che "diritto allo studio e misure premio per chi si impegna di più sono due facce della stessa medaglia di una scuola moderna, europea ed inclusiva".

"Pensavo che i voti assegnati e gli esami svolti dagli anni della scuola elementare a quelli dell'università fossero sufficienti a misurare la capacità, le abilità, le competenze, gli apprendimenti dei nostri studenti", ha risposto sempre per via scritta il presidente dell'Anief rivolgendosi a sua volta al ministro Profumo. "Certamente, qualche borsa di studio in più non farebbe male - e ne parla uno che ne ha ricevute parecchie e per merito - ma non servono se poi alla fine lo Stato costringe i cervelli tanto coccolati ad emigrare all'estero perché l'accesso alla professione è sbarrato, per esempio, per diventare insegnante e ricercatore, o perché la stessa carriera per alcuni anni viene bloccata".

Secondo Pacifico le priorità che il governo italiano deve porsi per il suo comparto dell'istruzione sono altre: "Eliminare la precarietà come cattivo sistema ordinario di funzionamento della macchina pubblica, gestire in maniera trasparente e meritevole i concorsi pubblici, investire maggiori risorse nella selezione, nella formazione, nell'assunzione e nella progressione di carriera, dotare i centri di produzione e di trasmissione del sapere di strumenti tecnologici adeguati, garantire l'alternanza scuola-lavoro, rilanciare un piano di investimenti per il reclutamento dei giovani ricercatori dell'università e dei precari della scuola, adeguare gli stipendi dei dipendenti pubblici ai livelli europei per non mortificare ulteriormente la professione".

Il presidente dell'Anief conclude la sua lettera sostenendo di accogliere "di buon auspicio la fine della stagione dei tagli che negli ultimi cinque anni ha eliminato più di 100.000 posti nella scuola pubblica e più di 20.000 cattedre all'università", ma anche di attendere "l'aumento di un 1% del Pil per l'istruzione e la ricerca perché, senza investimento, le solite misure di contenimento della spesa non aiutano a rilanciare la nostra economia".

Fonte: TMNews

Nella delega del pubblico impiego non ci sono novità? Il mio auspicio venga comunque preso in considerazione. Duri i sindacati e l’opposizione: basta alimentare la falsa idea d’un settore pubblico iperprotetto.

Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, si lascia ancora andare ad un’esortazione al licenziamento agevolato nella pubblica amministrazione, al pari di quanto avviene nel comparto privato. "Tenendo conto della specificità del pubblico impiego – ha detto laFornero a margine della sua visita al Centro per l'impiego della Provincia di Torino - auspico che ci sia il più possibile parità di trattamento tra lavoratori del settore privato e di quello pubblico. Ma non dite che questo significa libertà di licenziare". Per poi però specificare, riferendosi all’interruzione del rapporto di lavoro per motivi disciplinari, che “credo debba essere presa in considerazione”.
Il concetto che il ministro del Lavoro vuole far passare è di un’equiparazione a 360 gradi. "Io sono per le pari opportunità che non riguardano solo uomini e donne, ma anche dipendenti pubblici e privati, tra lavoratori extracomunitari e nativi. Quindi c'è un concetto più ampio di pari opportunità e mi parrebbe in contrasto col mio mandato se dicessi che le cose dovessero andare diversamente" ha concluso il ministro.

La sottolineatura della Fornero è arrivata dopo che alcuni muniti prima il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, aveva chiarito - a margine di un evento School of Governement - Luiss e Scuola Superiore della P.A - che nella delega del pubblico impiego non sono previste novità sui licenziamenti: " La delega non conterrà una disposizione specifica sui licenziamenti disciplinari dei dipendenti pubblici, ma si rimetterà al Parlamento", ha spiegato Patroni Griffi.

Secondo Mimmo Pantaleo segretario generale Flc-Cgil “è intollerabile, che a fronte di una disoccupazione devastante e dell'incapacità del Governo Monti di favorire la crescita del Paese, il ministro del lavoro chieda solo licenziamenti più facili. Peraltro dopo una riforma delle pensioni tra le più penalizzanti per i lavoratori in Europa”.

Scettici anche Giovanni Faverin e Francesco Scrima, della Cisl, secondo cui la parità pubblico-privato si dovrebbe attuare iniziando a “rinnovare i contratti. È del tutto fori luogo ostinarsi a chiedere regole che già ci sono, alimentando la falsa idea di un settore pubblico iperprotetto”. I due segretari, a capo rispettivamente del comparto Cisl Pa e Scuola, tornano quindi a chiedere “di rilanciare la contrattazione, come previsto dall’Intesa del 3 maggio scorso, per affrontare in quella sede i temi della spesa pubblica efficiente e della produttività. Il ministro – concludono - mostri altrettanta responsabilità invece di istigare al licenziamento dei lavoratori”.

Secondo Marcello Pacifico, presidente del sindacato Anief, che è anche delegato ConfedirMit-Pa ai direttivi, ai quadri e alle alte professionalità, quella della Fornero è una “irresponsabile l’invasione di campo”. Pacifico sostiene che “queste fughe in avanti sono a dir poco strane, perché vengono attuate mentre è in corso una trattativa fra le organizzazioni sindacali e il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, proprio sulla riorganizzazione del pubblico impiego, sull’attuazione del protocollo d’intesa già sottoscritto, sul precariato e sulla spending review”.

Velenosa la reazione di Giuliana Carlino, capogruppo dell'Italia dei Valori in commissione Lavoro al Senato: “Fornero è ministro delle pari opportunità quando le pare. Ora, per tirare acqua al suo mulino, rivendica - dice Carlino - parità di trattamento tra i lavoratori del pubblico impiego e quelli del privato, ma è la solita mossa propagandistica. La verità è un'altra: la sua riforma del lavoro è talmente iniqua e inutile che porterà solo alle pari opportunità di licenziamento".

Dalla parte del ministro del Lavoro si è invece schierato Giuliano Cazzola, deputato del Pdl, secondo cui “ancora oggi nei confronti del ministro Elsa Fornero si sono usate, in ambienti sindacali, espressioni violente ed offensive in risposta ad opinioni sicuramente discutibili ma legittime. Anzi, nel caso della disciplina del recesso nel pubblico impiego persino condivisibili".
In serata, Fornero e Patroni Griffi hanno cercato di smorzare la polemica, anche su loro eventuali contrasti sul tema. Attraverso un comunicato congiunto hanno affermato che i licenziamenti nella pubblica amministrazione sono una sanzione e un deterrente. "Dunque sono uno strumento e non l'unico" per una amministrazione efficiente e produttiva. "Il primo obiettivo della delega che presto sarà discussa dal Consiglio dei ministri - scrivono i due ministri - è migliorare la pubblica amministrazione. Il secondo è renderla più efficiente. Il terzo è aumentare la sua produttività. Il quarto è fare in modo che sia più trasparente. I licenziamenti sono una sanzione e possono essere un deterrente. Dunque sono uno strumento, non l`unico". Polemica chiusa. Fino al prossimo “strappo”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Secondo il giudice non è lecito dire, facendosi forte del decreto Brunetta, che il parere espresso dal CdI sulla formazione dell’orario non è vincolante. Esulta il “Tavolo regionale per la difesa della scuola statale”, che ha patrocinato il ricorso dopo le proteste dei genitori di un istituto vicino Firenze: gli organi di democrazia scolastica esistono ancora!

Cari docenti, studenti e genitori: io sono il dirigente responsabile dell’istituto e l’ultima parola sull’orario scolastico non può spettare che a me. Deve essersi posto più o meno così, forte delle novità introdotte dalla legge 150/09, il preside di una scuola secondaria di primo grado di Galluzzo, a due passi da Firenze, che a proposito della scelta della scansione di giorni scolastici, ha deciso di adottare il pugno dure. Applicando l’opzione che secondo lui poteva essere più congeniale.

In certe realtà però l’utenza non sta a guardare. Così il caso è diventato presto di pubblico dominio. Con diversi genitori, in particolare, che hanno deciso di controbattere sul piano legale l’atteggiamento di un dirigente più vicino alle modalità di conduzione di un’azienda che di un istituto scolastico.

Quella dei genitori è però presto diventata una battaglia di principi. Tanto che a ricorrere al Tar della Toscana contro il preside tutto d’un pezzo è stato un organismo trasversale,  il “Tavolo regionale per la difesa della scuola statale”, composto da associazioni e movimenti di carattere associativo (come l’Anpi e il Cidi), sindacale (tra cui Flc-Cgil, Cobas, Unicobas, Rdb-Cub e Anief) e politico (quasi tutti partiti della sinistra extraparlamentare ma anche assessori comunali). Al giudice regionale hanno spiegato che “il Consiglio di Istituto del Galluzzo, in conformità all’art. 10 del T.U. n. 297/94, aveva deliberato i criteri generali per la formazione dell’orario della, confermando per l'anno scolastico prossimo l’orario differenziato con due sezioni con l’orario su sei giorni le le altre con l’orario su cinque giorni con il sabato libero. Il dirigente scolastico, ritenendo erroneamente che per effetto del cosiddetto decreto Brunetta il dirigente scolastico sia diventato nella scuola un manager assoluto con il conseguente esautoramento del ruolo degli organi di democrazia scolastica, ha sostenuto che il Consiglio di Istituto non potesse più deliberare i criteri generali per la formazione dell’orario; tutt’al più poteva esprimere un parere non vincolante”.

La posizione presa dai genitori è stata reputata valida. Con ordinanza n. 347/12, il Tar ha infatti ritenuto che il ds “deve tenere conto dei criteri generali validamente deliberati dal Consiglio d’Istituto”, ordinandogli quindi “di provvedere ad adottare l’atto terminale del procedimento, ovviamente tenendo conto dei criteri generali deliberati dal CdI, entro 15 giorni”.

Commento finale delle associazioni che hanno vinto il ricorso: “è auspicabile che il dirigente scolastico si convinca che gli organi di democrazia scolastica esistono ancora e che le loro competenze devono essere rispettate. Peraltro se la scuola deve essere per i giovani una palestra di democrazia, sarebbe opportuno che chi la dirige dia il buon esempio in tale senso”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Per i sindacati è una vera miseria. Soprattutto perché il numero dovrà essere distribuito per tutte le regioni e nel lungo periodo (2013-2016). A tenere bassa la cifra hanno contribuito la già alta presenza di precari, la mancanza di posti liberi e la riforma delle pensioni.

Saranno quindi 12mila, per l’esattezza 11.892, da suddividere per tutte le regioni italiane, le cattedre d’insegnamento che il ministero dell’Istruzione è intenzionato a mettere in “palio” attraverso il canale del concorso pubblico, probabilmente riservato sogli agli attuali abilitati, il cui bando dovrebbe essere pubblicato nel prossimo autunno. Il numero limitato, decisamente inferiore alle aspettative, sarebbe dovuto a due motivazioni principali: la prima è da connettere con l’effettiva scarsità di posti oggi attualmente vacanti (soprattutto a seguito dell’ondata di assunzioni della scorsa estate); la seconda all’innalzamento dei requisiti per andare in pensione, da cui scaturirà un progressiva sempre minora esigenza di fare turn over. Il numero di posti messi a concorso diventa ancora più limitato se si pensa che saranno utili per le assunzioni di tre anni scolastici: 2013/14 – 2014/15 e 2015/16.

I sindacati, a cui è stata fornita la notizia durante gli incontri tenuti a viale Trastevere il 31 maggio, non hanno colto con favore la quota di posti annunciati dal Miur: la Gilda ha parlato di “una vera miseria, di fronte a circa 200.000 docenti iscritti alle gae e a circa 70.000 docenti non abilitati in possesso di almeno tre anni si servizio. Non si capisce poi – ha continua il sindacato guidato da Di Meglio - se il concorso sarà fatto sulle vecchie classi di concorso o sulle nuove (anche se a dire il vero le ultime indicazioni del Miur davano per quasi certa l’adozione delle nuove classi di concorso ndr)”.

Come non si capisce, aggiungiamo noi, perché il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, ricorda da mesi che la “scatola” delle immissioni in ruolo tramite concorso pubblico sarà più piccola di quella derivante dall’esercito di abilitati iscritti nelle graduatorie ad esaurimento. Mentre alle stesse organizzazioni sindacali sarebbe stato detto che la suddivisione tra le due liste di attesa (maxi-concorso e Gae) sarà del 50%.

Secondo l’Anief fa pensare molto il fatto che per arrivare a bandire il prima possibile il maxiconcorso ci si “dimentichi dei precari della scuola”. Il sindacato di Marcello Pacifico ritiene infatti poco coerente il fatto che si cerchi di organizzare a tutti i costi il concorso pubblico proprio “mentre i tribunali della repubblica condannano a risarcimenti milionari l’amministrazione per la mancata stabilizzazione del personale precario e per l’abuso dei contratti a termini in violazione della normativa comunitaria”.

Per lo Snals sono risultate inoltre “vaghe” le indicazioni “che sono state fornite circa il contenuto del bando che potrà essere emanato solo successivamente all’autorizzazione. In assenza di un nuovo Regolamento sul reclutamento, il concorso – conclude il sindacato autonomo - non potrà che essere emanato sulla base dei titoli di accesso richiesti dalla normativa vigente”.

Cosa accadrà ora? Di sicuro, al ministero stanno accelerando sul lavoro di progettazione e predisposizione del provvedimento, al fine di chiedere entro pochi giorni o settimane l´avvio della procedura per la sua indizione. Il bando, infatti, come previsto dalla normativa in vigore, deve obbligatoriamente passare per il parere di Funzione Pubblica, organi in seno al Miur preposti a questo ruolo, Consiglio nazionale della pubblica istruzione, e via dicendo. Diversi passaggi non sarebbero vincolanti. Ma necessitano di tempo. Quello che il Miur invece non vuole può perdere.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Centinaia di docenti precari iscritti alle Facoltà di Scienze della formazione primaria hanno protestato oggi, giovedì, a Roma davanti al Miur per opporsi alla loro esclusione dalle graduatorie ad esaurimento.

Terminata la manifestazione, una delegazione dei precari, appartenenti al Coordinamento Nazionale Docenti Abilitandi ed Abilitati per le GaE e all'Anief, ha messo in evidenza ai dirigenti ministeriali la disparità di trattamento che l'amministrazione sta attuando dal 2008 rispetto agli stessi colleghi abilitati precedentemente.

Per il presidente nazionale dell'Anief, Marcello Pacifico, "la manifestazione di oggi testimonia la consapevolezza di questi docenti della scuola primaria nel rivendicare un diritto sacrosanto: quello di essere inseriti, come prescrive la legge, nelle graduatorie ad esaurimento e così insegnare nelle nostre scuole". Il presidente del giovane sindacato ha ricordato che il Governo non può continuare ad eludere la volontà parlamentare espressa con l'ordine del giorno approvato alla Camera lo scorso 23 febbraio: "è una presa di posizione importante quella assunta da uno dei rami del Parlamento - ha sottolineato Pacifico - perché impegna il Governo ad inserire nell'imminente decreto di aggiornamento straordinario delle graduatorie ad esaurimento anche tutti gli iscritti ai corsi abilitanti in Scienze della Formazione Primaria e gli abilitati attraverso lo stesso percorso formativo".

L'Anief, dopo aver preso contatti con la nuova presidenza della VII Commissione Cultura della Camera al fine di sollecitare l'esigenza di assumere un ruolo ispettivo sull'azione dell'amministrazione pubblica, ha confermato ai docenti interessati che adirà le vie legali in caso di mancato riconoscimento del diritto all'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento.

Fonte: Italpress

Si avvicina la scadenza della domanda di partecipazione al TFA ordinario (4 giugno) e aumenta la polemica tra i precari che vorrebbero l’ammissione in soprannumero senza sostenere le prove selettive di ammissione e chi, al contrario, non solo si oppone a questa richiesta ma critica pesantemente la soluzione di compromesso delineatasi negli incontri svoltisi al Miur, quella di ammettere i precari con l’anzianità di servizio di almeno 3 anni (o 540 giorni anche in più di tre anni) a TFA ‘speciali’, con tirocinio fortemente ridotto, da varare dopo il completamento di un non breve percorso regolamentare.

Tra i primi si collocano in prima fila i precari dell’Adida (Associazione docenti invisibili da abilitare) e il sindacato Anief, deciso quest’ultimo, secondo il suo stile, a battere la strada del ricorso alla magistratura (da presentare entro il prossimo 12 giugno).

Sul fronte opposto si schiera l’ADi (Associazione Docenti italiani), che in una dura nota pubblicata sul suo sito parla di “giovani ancora una volta discriminati” e di  “merito gettato alle ortiche” .

L’Associazione ricorda che “dopo il concorso ordinario del 1999 sono state effettuate ulteriori sanatorie attraverso corsi abilitanti speciali ( DM 85/2005) per i docenti di tutti i gradi e ordini di scuola, ivi compreso gli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria e inoltre  fino al 2007 si sono svolte le ammissioni Ssis. Tra i non abilitati con tre anni di servizio scolastico vi è certo un piccolo numero di laureati dal 2008 in poi, ma la maggior parte di essi sono più anziani e o sono stati bocciati nei concorsi o nelle ammissioni Ssis o a quelle neppure si sono presentati”.

Se questi dicenti meno giovani si abilitassero in massa attraverso il TFA ‘speciale’, sostiene l'Associazione guidata da Alessandra Cenerini, toglierebbero spazio e opportunità ai più giovani, selezionati e formati su base meritocratica.

L’ADi chiede quindi tre cose:

- che l’abilitazione sia conseguita da tutti allo stesso modo attraverso il TFA ordinario come previsto dal D.M. n. 249/2010 senza deroghe, quindi senza alcun TFA ‘speciale’ o riservato;

- che il concorso ordinario, da concludersi entro il 2013, sia indetto entro il 2012 attraverso il nuovo Regolamento previsto dall’art. 2 comma 416 della legge 244/2007, “che se tempestivamente redatto sarà pronto prima della fine dell’anno in corso”;

- che al concorso possano partecipare con riserva coloro che stanno seguendo il TFA.

Fonte: Tuttoscuola

 

 

Ancora proteste da parte dei docenti precari della scuola: stavolta centinaia di docenti iscritti a Scienze della formazione primaria hanno manifestato a Roma davanti al Ministero dell'Istruzione, contro la loro esclusione nelle graduatorie ad esaurimento. Terminata la manifestazione, una delegazione dei precari - appartenenti al Coordinamento nazionale docenti abilitandi ed abilitati per le GaE e all'Anief - ha spiegato ai dirigenti del Miur le ragioni della disparità di trattamento rispetto agli stessi colleghi immatricolati prima del 2008.

Secondo il presidente nazionale dell'Anief, Marcello Pacifico, "la manifestazione di oggi testimonia la consapevolezza di questi docenti della scuola primaria nel rivendicare un diritto sacrosanto: quello di essere inseriti, come prescrive la legge, nelle graduatorie ad esaurimento e così insegnare nelle nostre scuole".

Pacifico ha ricordato che il Governo non può continuare ad eludere la volontà parlamentare espressa con l'ordine del giorno approvato alla Camera lo scorso 23 febbraio: "E' una presa di posizione importante quella assunta da uno dei rami del Parlamento - ha sottolineato - perchè impegna il Governo ad inserire nell'imminente decreto di aggiornamento straordinario delle graduatorie ad esaurimento anche tutti gli iscritti ai corsi abilitanti in Scienze della Formazione Primaria e gli abilitati attraverso lo stesso percorso formativo". Dopo aver preso contatti con la nuova presidenza della VII Commissione Cultura della Camera per sollecitare l'esigenza di assumere un ruolo ispettivo sull'azione dell'amministrazione pubblica, l'Anief ha confermato ai docenti interessati che adirà le vie legali in caso di mancato riconoscimento del diritto all'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento provinciali prescelte.

Fonte: TMNews

La questione irrisolta del docente vicario che sostituisce il DS assente.

Sul tavolo dei dirigenti scolastici sta arrivando in questi giorni una lettera dei coordinamenti dei dirigenti scolastici di Flc-Cgil, Cisl-scuola e Snals che invita a sottoscrivere una comunicazione da inviare al direttore generale dell’USR con la quale viene reso noto il periodo di ferie per l’a.s. 2011-12, notificando che “nel suddetto periodo nessun docente dell’istituzione scolastica sostituirà il dirigente in ferie”.

Si tratta di un gesto estremo motivato dal fatto, come precisano i sindacati proponenti, che la Direzione Generale per la Politica finanziaria e per il Bilancio del Miur ha comunicato con nota 9353 del 22.12.2011 relativa al Programma annuale 2012 “di non avere assegnato alcuna risorsa per l’indennità di sostituzione del dirigente scolastico e che qualsiasi attribuzione di funzioni superiori comporterebbe una responsabilità per il dirigente che la ordinasse”.

L’Anp, l’Associazione nazionale dei dirigenti scolastici è di tutt’altro avviso e ha suggerito ai dirigenti di seguire una strada diversa da quella indicata da Cgil, Cisl e Snals.

Anche l’Anief è intervenuta sulla questione schierandosi con l’Anp, evidenziando che i dirigenti scolastici che dovessero sottoscrivere una simile segnalazione alla propria direzione regionale potrebbero rendersi colpevoli dei reati di omissione di atti d’ufficio o di interruzione di pubblico servizio.

L’Anp, dopo aver argomentato ampiamente sulla questione (www.anp.it) ritiene che, in assenza di cambio di linea del Miur, per ottenere soddisfazione occorre rivolgersi al Giudice del lavoro.

“Secondo la strategia processuale da noi adottata – ha spiegato l’Anp - è stata evitata una illogica e velenosa contrapposizione tra docenti e dirigenti e si è invece scelto di citare in giudizio lo stesso Ministero, unico responsabile della insoddisfacente situazione”. E, per il momento la strategia suggerita dall’Anp (e condivisa dall’Anief) è risultata vincente: lo scorso 17 aprile il Tribunale di Milano ha, infatti accolto la richiesta di un docente assistito dai legali dell’Anp.

Fonte: Tuttoscuola

 

Il 31 maggio manifesteranno davanti al Miur: il governo si ostina a prendersela con chi è più debole, invece che farsene garante. Eppure hanno svolto lo stesso percorso di chi sta nelle Gae. La loro causa perorata dall’on. Tonino Russo (Pd) e dall’Anief.

Fuori dalle graduatorie ad esaurimento, niente Tfa e neanche troppe speranze per il futuro. Rimane una situazione inverosimile quella che stanno vivendo da tempo i docenti abilitandi e abilitati in Scienze della Formazione Primaria tra il 2008 ed il 2011. La mancanza di considerazione da parte di Miur e istituzioni li ha convinti che non è il tempo delle attese e della speranza è scaduto. Il Coordinamento nazionale docenti abilitandi e abilitati per le graduatorie ad esaurimento ha così deciso di dare appuntamento a tutti giovedì 31 maggio davanti al ministero dell’Istruzione tra le 10,30 e le 13,30. Dopo l’autorizzazione a manifestare, nei loro confronti sono arrivati anche i primi attestati di solidarietà. Prima hanno avuto l’appoggio  dell’on. Tonino Russo (Pd), che ha scritto al ministro Profumo per ricordare che ad oggi non si è provveduto a dare seguito quanto stabilito nelle aule parlamentari: “a febbraio eravamo riusciti a scardinare la graniticità delle graduatorie, istituendo una fascia aggiuntiva. Non era quello che volevamo ma già qualcosa, in attesa che i giudici provvedano a collocarli nella fascia di naturale appartenenza: ad oggi però – ha concluso Russo – questi docenti, e con loro anche altre categorie, rimangono ancor incredibilmente escluse”.

Poche ora fa è stata la volta dell’Anief, che ha annunciato la presenza di una sua delegazione alla protesta organizzata dai precari nell’ultimo giorno di maggio: secondo il suo presidente, Marcello Pacifico, “il comportamento del Governo di fatto elude la volontà parlamentare espressa con l’ordine del giorno approvato alla Camera il 23 febbraio 2012, in cui viene chiesto al Governo stesso l'impegno a garantire anche l’inserimento dei docenti abilitandi con riserva nella fascia aggiuntiva delle graduatorie ad esaurimento, riserva da sciogliere all’atto del conseguimento del titolo”.

A spiegare i perché della manifestazione sono gli stessi organizzatori, i quali dicono di essersi “macchiati di un inenarrabile crimine: quello di essersi iscritti alla Facoltà dopo la chiusura delle graduatorie a esaurimento. Ora, noi immatricolati dal 2008/2009 sino al 2010/2011, siamo fuori dalle Gae e, nonostante siano stati presentati svariati ordini del giorno, interrogazioni parlamentari ed emendamenti a nostro favore, con coerenza degna di miglior causa, il governo si ostina a prendersela con chi è più debole, invece che farsene garante. Cambiano i ministri, ma la risposta è sempre la stessa: ‘Niente Gae per voi!’”.

Dal Coordinamento degli abilitati in Scienze della Formazione Primaria trapela un forte senso di ingiustizia. Nel richiamare l’articolo 3 della Costituzione, chiedono perchè nei loro confronti continua ad essere riservato un trattamento diverso. “Eppure abbiamo fatto e stiamo facendo lo stesso identico percorso dei nostri colleghi che sono già nelle Gae; abbiamo sostenuto e stiamo sostenendo i medesimi esami; abbiamo completato e stiamo completando i medesimi laboratori; abbiamo svolto e stiamo svolgendo il medesimo tirocinio; abbiamo investito e stiamo investendo il medesimo tempo; abbiamo fatto e stiamo facendo la medesima fatica; abbiamo pagato e stiamo pagando le medesime tasse. Eppure – concludono - siamo figli dello stesso Paese”. L’invito per il 31 maggio, davanti al Miur, è per tutto coloro che sono ancora “capaci di indignarsi davanti all’ingiustizia”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Sollecitata un'iniziativa unitaria. Ma per l'Anief l'unica via è quella legale.

“Quella degli scatti di anzianità è una questione squisitamente politica e a quel livello va affrontata e risolta. Ha poco senso, e può essere addirittura rischioso, trasferirla sul piano giuridico, con la solita corsa ai ricorsi. Serve una forte azione sindacale”. Perciò Il segretario della Cisl Scuola, Francesco Scrima, invita le altre organizzazioni sindacali a mobilitarsi “per chiedere che si dia attuazione, anche per il 2012, all’intesa che ha consentito di pagare gli scatti nel 2011”. Una mobilitazione che, in questo periodo, potrebbe riguardare anche le operazioni di fine anno. “Non escludiamo nulla – afferma Scrima – anche se non posso anticipare decisioni che è giusto prendere assieme se si decide di muoversi unitariamente”.  

Secondo il sindacalista gli obiettivi di risparmio indicati dal piano triennale del 2008  sono stati sostanzialmente raggiunti, e quindi “non è accettabile che ora si faccia passare per mancato risparmio un aumento dei posti di sostegno che deriva da una sentenza del 2010 della Corte Costituzionale. Sono posti che hanno un grande valore sul piano educativo, etico e civile, ma non è giusto che a pagarli siano i lavoratori della scuola, come di fatto finora sta avvenendo”.

Non è per niente d’accordo l’Anief, a cui giudizio “la questione non può essere solo politica, perché l’amministrazione sta soltanto attuando quanto previsto da una ‘cattiva’ legge. Nemmeno la copertura finanziaria ‘una tantum’ risolverebbe le cose: l’unica via percorribile rimane quella legale”.   

Fonte: Tuttoscuola

 

L’annuncio a Roma, durante la VI Conferenza organizzativa. Il presidente Marcello Pacifico: la decisione della Flc-Cgil di fare altrettanto ci rincuora, anche stavolta abbiamo fatto da apripista. Ribadita la filosofia del sindacato autonomo agli oltre 100 avvocati presenti: sui diritti dei lavoratori non si arretra di un centimetro.

A poche ore dall’annuncio della Flc-Cgil di aver dato mandato ai propri legali di predisporre i ricorsi contro la mancata applicazione dell’art. 9 della legge 122/2010, che avrebbe dovuto derogare il blocco degli scatti stipendiali automatici del personale della scuola attraverso l’utilizzo del 30% dei risparmi derivanti dai tagli agli organici, anche l’Anief conferma la volontà di ricorrere al giudice del lavoro. La volontà di opporsi a quella che il sindacato autonomo considera “una violazione del diritto al lavoro e ad una giusta retribuzione”, è stata ribadita il 26 maggio durante la VI Conferenza organizzativa dei legali dell'Anief: a Roma, davanti a più di 100 avvocati, il suo presidente, Marcello Pacifico, ha detto che “il blocco viola il principio di proporzionalità della retribuzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, che vedeva legate le classi stipendiali alla progressione di carriera. Ci troviamo quindi di fronte – ha proseguito il presidente dell’Anief- a blocchi stipendiali che corrispondono ad un esito espropriativo, perché ledono chiaramente dei diritti immodificabili”.

I vertici dell’Anief hanno quindi annunciato l’intenzione di dare vita a migliaia di ricorsi, attraverso cui contestare al giudice la non conformità delle mancate progressioni di carriera. “Il fatto che anche la Cgil abbia deciso di percorrere questa strada non ci dispiace, ma ci rincuora perché significa – ha sottolineato Pacifico –che le iniziative dell'Anief fanno ancora una volta da apripista. Sui diritti dei lavoratori della scuola bisogna non arretrare un centimetro, anche perché sappiamo che le mire dell’amministrazione sono quelle di arrivare  nel 2014 alla sostituzione degli scatti di anzianità, con l’entrata in vigore dell’iniquo sistema premiale della riforma Brunetta, già approvato con l’intesa del 17 febbraio 2011”.

Durante la conferenza hanno preso la parola anche gli avvocati Ganci, Miceli, Tomassetti e Cirese: durante i loro interventi sono stati affrontati i temi del diritto interno e comunitario, la mediazione, la tutela giurisdizionale per il personale della scuola precario e di ruolo. È stato infine presentato il protocollo d'intesa della Confedir Mit Pa, di cui l’Anief fa parte, con il periodico “Gazzetta amministrativa.

Fonte: Tecnica della Scuola

"Il ministro Fornero dovrebbe concentrarsi su come premiare il buon andamento della pubblica amministrazione italiana e non sulla ricerca spasmodica di modalità più restrittive per licenziare i suoi dipendenti", così il presidente dell'Anief, Marcello Pacifico, risponde alle parole del ministro pronunciate oggi davanti agli studenti della facoltà di Economia dell'università di Torino.

"Fornero forse non sa o fa finta di non sapere - sottolinea il presidente dell'Anief - che i dipendenti pubblici rispetto ai colleghi che operano nel privato si trovano in una evidente situazione di svantaggio: dallo stesso Governo in carica, ad esempio, non hanno ottenuto alcuna 'finestra' sulle pensioni. Inoltre continuano a subire la trattenuta del 2,5% per l'accantonamento del Tfr, mentre nelle aziende private questo è interamente a carico del datore di lavoro".

Per il rappresentante del sindacato, inoltre, "non si capisce quale restrizione ulteriore si possa attuare visto che già dal 2001 i dipendenti delle pubbliche amministrazioni possono essere licenziati per motivi legittimi". "Ci saremmo aspettati - continua Pacifico - delle proposte su come finanziare i servizi per l'utenza oppure valorizzare le professionalità esistenti o su come eliminare gli sprechi di consulenze e deleghe (spesso non solo inutili ma anche clientelari). Perché solo investendo seriamente nelle macchina pubblica su può ridare fiducia a tutti i lavoratori dello Stato italiano".

Fonte: TMNews

Sulla questione del pagamento dei docenti che sostituiscono i dirigenti scolastici interviene anche l'Anp che contesta l'idea di Cgil, Cisl e Snals (scrivere agli USR) e suggerisce invece di trasmettere gli atti di nomina alla direzione provinciale della Ragioneria dello Stato.

La vicenda del pagamento dei docenti incaricati di sostituire i dirigenti scolastici assenti per ferie, si complica ulteriormente a seguito della presa di posizione dell’Anp che suggerisce ai dirigenti di seguire una strada del tutto diversa rispetto a quella indicata qualche giorno fa dai Cgil, Cisl e Snals. 

Questi ultimi, infatti, stanno invitando i dirigenti a scrivere agli uffici scolastici regionali segnalando agli stessi direttori regionali che non provvederanno ad affidare nessun incarico per la sostituzione, dato che il Ministero stesso, nella nota relativa alla predisposizione del Programma annuale per il 2012, aveva chiarito che non possono essere messe a bilancio somme per tale scopo. 

L’Anief, per parte sua, è intervenuta per evidenziare che i dirigenti scolastici che dovessero sottoscrivere una simile segnalazione alla direzione regionale potrebbe rendersi colpevoli dei reati di omissione in atti d’ufficio o di interruzione di pubblico servizio. 

Adesso l’Anp cerca di fornire una propria interpretazione della complessa vicenda.  Secondo il sindacato di Rembado, il problema è al tempo stesso semplice ma di difficile soluzione.  “Da un lato - sostiene l’Anp - i docenti incaricati di quelle funzioni hanno pieno titolo alla remunerazione aggiuntiva in base alle disposizioni contrattuali e all’art. 52 del d.lgs. 165/2001; dall’altro, il Fondo di Istituto non può essere utilizzato per tale scopo, stante l’art. 146 del vigente CCNL, e le scuole non dispongono, nella quasi totalità dei casi, di ulteriori fondi sufficienti a coprire quelle spese”. 

Ma, secondo l’Anp, da questo paradosso i dirigenti scolastici non possono uscirne limitandosi a rinunciare alle proprie prerogative e cioè “scaricando” sulla direzione regionale l’eventuale onere di individuare un sostituto.  “L’Anp - sostiene il sindacato - non ritiene minimamente percorribile l’ipotesi di far scegliere il sostituto del dirigente ad altri soggetti: ogni proposta in tal senso va rigettata perché costituisce un grave vulnus alle prerogative dirigenziali e ci riporta indietro nel tempo di almeno venti anni”. 

La strada da percorrere, dunque, deve essere un’altra: il dirigente scolastico designa il proprio sostituto e trasmette l’atto di nomina alla competente Ragioneria Territoriale dello Stato chiedendo il pagamento di quanto dovuto al docente stesso.  E, per ottenere soddisfazione, non esiste altra strada che rivolgersi al Giudice del lavoro.  “Secondo la strategia processuale da noi adottata - spiega l’Anp - è stata evitata una illogica e velenosa contrapposizione tra docenti e dirigenti e si è invece scelto di citare in giudizio lo stesso Ministero, unico responsabile della insoddisfacente situazione”. 

A quanto pare la strategia proposta dall’Anp potrebbe risultare vincente: lo scorso 17 aprile il Tribunale di Milano ha già accolto la richiesta di un docente assistito proprio dai legali dell’Anp. A questo punto l’Amministrazione dovrà eseguire il dispositivo del Giudice milanese e pagare l’insegnante. 

Fonte: Tecnica della Scuola

A sostenerlo è l’Anief, che sollecita il Miur a finanziare le sostituzioni e invita i ds a non dare seguito alle polemiche indicazioni di Flc-Cgil, Cisl Scuola e Snals-Confsal: chi fa il presidente di commissione o va in vacanza delegando il proprio Usr rischia la denuncia penale.

Mancano ormai pochi giorni alla fine della scuola e per molti dirigenti scolastici, prossimi a ricoprire il ruolo di presidenti delle commissioni degli Esami di Stato e ad usufruire delle ferie estive, si profilano decisioni complicate in vista dell’individuazione dei docenti che saranno chiamati a sostituirli durante l’assenza forzata. A preoccupare i capi d’istituto è stata l’indicazione di viale Trastevere, risalente allo scorso dicembre, di non voler procedere ad alcun pagamento per i loro vicari relativamente al periodo d’assenza prolungata. In questi mesi in sindacati hanno tentato di far ragionare i piani alti di viale Trastevere sulla illogicità della decisione. Ma senza esito.

Così alcuni giorni fa Flc-Cgil, Cisl Scuola e Snals-Confsal hanno deciso di prendere una decisione comune, dal sapore fortemente provocatorio, indicando ai dirigenti (disorientati e alla ricerca di indicazioni valide sul da farsi) di scrivere ai rispetti direttori degli Usr di competenza spiegando loro che “che nel suddetto periodo nessun docente di questa istituzione scolastica sostituirà il dirigente scolastico visto che la Direzione Generale per la Politica Finanziaria e per il Bilancio ha comunicato nella nota 9353 del 22 dicembre 2011, relativa al Programma Annuale 2012, di non aver assegnato alcuna risorsa per l’indennità di sostituzione del dirigente scolastico e che qualsiasi attribuzione di funzioni superiori comporterebbe una responsabilità per il dirigente che la ordinasse”. Il polemico invito, però, rischia di complicare le cose. Cosa succederà se, effettivamente, un dirigente scolastico a capo di diversi plessi (una circostanza che con il dimensionamento risulta tutt’altro che rara) dovesse partire per una lunga vacanza estiva e lasciare la scuola in mano al direttore dell’Ufficio scolastico regionale che non conosce nulla delle circostanze didattiche e organizzative di quegli istituti scolastici?

Secondo l’Anief, che negli ultimi tempi si sta avvicinando anche alla tutela dei diritti dei dirigenti scolastici, bisogna cogliere lo spirito dell’invito ma non darne seguito: il sindacato guidato da Marcello Pacifico sostiene che la comunicazione “inviata all’Usr, sollecitata da CGIL-CISL-SNALS può portare a denunce per omissione di atti di ufficio e interruzione di pubblico servizio e può portare la corte dei conti a bloccare le ferie dei dirigenti o le nomine alle presidenze delle commissioni degli esami di maturità, visto l’impossibilità di nominare vicari o collaboratori in loro sostituzione”. Pertanto l’Anief “

pur comprendendo lo spirito polemico dell’iniziativa invita i suddetti dirigenti a non inviare la comunicazione sopra citata per sfuggire a possibili denunce penali (nella parte in cui dichiarano di voler lasciare la scuola senza alcun sostituto) perché la nota del Miur è certamente da ignorare, nel caso abbiano già nominato il vicario che è stato autorizzato a sostituirlo in sua assenza durante l’anno scolastico, essendo totalmente illegittima, in contrasto con la normativa vigente”.

In effetti, andando a leggere nell’art. 69 del CCNL scuola 94-97, tutt'ora in vigore in quanto richiamato esplicitamente dall'art. 146 del CCNL scuola 29/11/07, si spiega che “al personale docente incaricato dell'ufficio di presidenza o di direzione, e al docente vicario, che sostituisce a tutti gli effetti il capo d'istituto per un periodo superiore a quindici giorni, nei casi di assenza o impedimento, nonché all'assistente amministrativo, che sostituisce il direttore amministrativo o il responsabile amministrativo, negli stessi casi, è attribuita, per l'intera durata dell'incarico o della sostituzione, una indennità pari al differenziale dei relativi livelli iniziali di inquadramento. 2. Qualora si dia luogo all'affidamento in reggenza degli uffici di cui al comma 1, ai titolari che assumono la reggenza è corrisposta una indennità pari al cinquanta per cento di quella prevista per gli incarichi o le sostituzioni, così come definita nel comma medesimo. In tal caso, al docente vicario è corrisposta una indennità di pari importo”.

La stessa Anief fa notare, inoltre, che la “direzione generale, inoltre, nel richiamare l’art. 52, c. 5 del d.lgs. 165/01 commette due errori: in primo luogo, perché confonde l’esercizio delle funzioni superiori di cui alla lettera f), comma 2, art. 88 del CCNL con quelle di dirigente la cui qualifica non è immediatamente superiore a quella docente essendo una funzione diversa; in secondo luogo, perché ricorda con tono minaccioso (certo, una nota non è un atto amministrativo) le sanzioni per i dirigenti che violano il comma 2 del suddetto articolo, tralasciando le motivazioni finali ‘con dolo e colpa grave’”.

Il sindacato si chiede, dunque, se un dirigente di una scuola può assumere l’incarico di presidente di commissione di esame di Stato o andare in ferie senza nominare un sostituto lasciando la scuola senza direzione . “Se si, allora è possibile avere scuole senza dirigenti anche durante tutto il corso dell’anno, il che farebbe felice i tecnici del tesoro che già hanno tagliato 4.000 dirigenze in tre anni. Per noi non è possibile, ma neanche per il Miur, almeno speriamo”. Se invece l’amministrazione volesse tenere duro, lasciando il ds senza vicari, l’Anief ha già preparato il suo piano di battaglia legale.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Da associazioni, sindacati, docenti e studenti parole di condanna e rabbia. Si propende per la matrice mafiosa. E se così fosse si chiede all’unisono una risposta forte da parte dello Stato e delle istituzioni. Ma serve anche coesione e solidarietà sociale.

Sgomento, dolore, rabbia, incredulità. Sono i sentimenti che sta provando il mondo della scuola per l’attentato avvenuto oggi a Brindisi, davanti all’istituto professionale femminile Morvillo-Falcone, a seguito del quale una ragazza ha perso la vita, un’altra è in gravissime condizioni ed altre sette risultano ferite.

Sulla matrice dell’attentato il Cidi, Centro iniziativa democratica insegnanti, sembra non avere dubbi: “morire per l’esplosione di una bomba davanti alla scuola. Pochi giorni prima dell’anniversario della strage di Capaci, nel giorno dell’arrivo a Brindisi della carovana antimafia organizzata da Libera. È un atto di una ferocia senza precedenti (mai si era arrivati a colpire mortalmente degli studenti ndr), perché colpire i nostri giovani è uccidere un’altra volta tutti i morti di mafia”. Secondo il Cidi, di fronte a tale ferocia per i docenti italiani c’è solo una strada da percorrere: “continuare, come sempre, a insegnare il valore della legge e della convivenza civile, l'amore per la libertà, il significato della democrazia, come si fa nell’Istituto Morvillo Falcone di Brindisi, una scuola impegnata in prima linea nell’impegno per la cultura della legalità”.

Sono in tanti a supporre che dietro all’attentato vi sia la mafia. “La scuola Morvillo-Falcone aveva vinto il Primo premio della prima edizione del concorso sulla Legalità”, ha ricordato il portale studentesco Universinet.it chiedendo anche “una immediata reazione dello Stato contro la barbarie terroristica di stampo mafioso che ha colpito un istituto da sempre impegnato in prima linea per promuovere la cultura della legalita' contro tutte le mafie”.

Immediate sono state anche le reazioni dei sindacati che operano nel comparto scuola. Alle prime dei Confederali, hanno fatto seguito quelle di quasi tutte le altre organizzazioni. “E’ la prima volta che viene colpita una scuola. Si tratta di un fatto di gravità inaudita”, ha detto Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti. Secondo Di Meglio “il nome stesso della scuola e la coincidenza con la tappa odierna della Carovana della legalità fanno nascere più di un sospetto sulla matrice dell’esplosione. Se si accertasse che l’ordigno è collegato a episodi paramafiosi, sarebbe davvero sconcertante. Le scuole, infatti, sono l’avamposto delle istituzioni”.
Dello stesso avviso e Stefano d’Errico, segretario nazionale Unicobas, per il quale “la mafia da sempre ha attenzione per l’istruzione, perché la teme, Nel senso che – continua il sindacalista – la cultura potenzialmente mina al cuore delle organizzazioni malavitose. Non solo: colpire una scuola e i suoi studenti significa rappresentare al massimo l’odio per la legalità e le istituzioni. Ma questo attentato – conclude d’Errico – dimostra anche che il paese sta toccando livelli di inciviltà inauditi”.

L’Anp, il sindacato che tutela dirigenti e alte professionalità della scuola, “condanna per ogni forma di violenza e si dichiara vicina a quanti - istituzioni, dirigenti, docenti, operatori scolastici, studenti e loro famiglie - si adoperano per ripristinare nella scuola e nella comunità brindisina il necessario clima di coesione e solidarietà sociale che isoli e condanni gli autori di un gesto tanto efferato quanto inaudito, che colpisce oggi una scuola per colpire il futuro del Paese”.

Per Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, serve un’immediata risposta, all’altezza, da parte delle istituzioni: “l'attentato di oggi deve essere punito in maniera esemplare e deve convincere lo Stato a essere più presente in quelle scuole che in molte realtà del sud e delle zone di periferia rappresentano l'ultimo baluardo di legalità”. Pacifico chiede quindi “un serio piano di intervento del Miur contro ogni tipo di mafia, per fornire risorse, strumenti e finanziamenti adeguati che non possono esseri quelli dedicati alla sola celebrazione di alcune ricorrenze, pure necessarie ma non esaustive”. L’ultimo pensiero del leader dell’Anief è per “quei vigliacchi traditori che oggi hanno distrutto più di una famiglia” che “devono essere assicurati alla giustizia”. L’Anief ha anche annunciato che il 23 maggio chiuderà la Segreteria nazionale, “in segno di lutto per le vittime di oggi e di ieri che ricorderemo in piazza e nei convegni organizzati per confermare la scelta per il partito della giustizia”.

Intanto le iniziative della Rete degli studenti e dell’Unione degli universitari si allargano: il sit in delle ore 18,30 inizialmente organizzato solo a Brindisi è stato esteso in tutte le principali città tutta Italia. A Roma si svolgerà al Pantheon: “tutti gli studenti scenderanno nelle piazze con un fazzoletto bianco in mano in segno di solidarietà per le vittime dell’attentato”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Secondo l’Uds le percentuali (bulgare!) emesse dal Miur sarebbero viziate dalle presenza nel campione di alunni di primaria e medie. Oltre che dalla mancata considerazione dei singoli rifiuti. Per il ministro però bisogna confermarli: dobbiamo imparare ad essere valutati. Perché allora non aprire un confronto?

Dopo lo sciopero dei Cobas (“decine di migliaia di docenti, studenti ed Ata, scioperando o boicottando le prove, hanno liberato dai quiz tante migliaia di classi”), le forti perplessità dell’Anief  (“un inutile spreco di energie, soldi e tempo”) e le preoccupazioni della Gilda (per il carico di lavoro gratuito finito sulle spalle dei docenti, mentre si tratta “di attività riguardanti una valutazione esterna”), anche le associazioni degli studenti si sono schierate contro la somministrazione delle prove Invalsi, che il 18 maggio hanno vissuto l’ultima prova “posticipata”: secondo l’Unione degli studenti le percentuali (bulgare!) di svolgimento regolare dei test emesse dal ministero dell’Istruzione (“al momento le classi che non hanno eseguito il test vanno da un minimo di 0,87% ad un massimo teorico di 1,56%”), sarebbero “mistificate”, perché viziate dalla presenza, nel campione esaminato, “di scuole primarie e secondarie di primo grado, dove gli studenti sono quasi per nulla attivi nella partecipazione studentesca”. Inoltre le stime “si riferiscono agli interi gruppi classe, invece il boicottaggio dei test si è espresso anche singolarmente come dato individuale dello studente, ed in questo modo è stato totalmente ignorato nella conta”. Per l’associazione studentesca il Miur non può continuare ad ignorare “il rifiuto che gli studenti hanno messo in campo ed aprire un tavolo di discussione serio con le associazioni studentesche, dei genitori e i sindacati dei docenti su come si valuta realmente la scuola italiana”.

In effetti, i rilievi dell’Uds appaiono almeno in parte fondati. Come già spiegato attraverso un approfondimento pubblicato su questa stessa testata on line. il Miur farebbe bene a puntare l’attenzione sull’utilità e la spendibilità (in chiave qualitativa) dei risultati.

Di parere opposto sembra invece essere il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. Secondo cui tutte queste polemiche e proteste andrebbero fatte risalire alla mancanza di abitudine, tipica dell’Italia, "a lavorare insieme ed essere capaci di fare progetti integrati". Profumo, interpellato sul tema, sempre il 18 maggio, durante un intervento all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole, in provincia di Firenze, ha poi aggiunto che ancora "non siamo abituati a essere valutati sulla base di regole definite dagli altri". Ciò comporta, sempre secondo il responsabile del Miur, che "purtroppo i nostri risultati sulle competizioni internazionali, per esempio, sulla ricerca a livello europeo sono non così positivi, nonostante il grande valore dei nostri ricercatori".

Niente marce indietro, quindi. Per il Ministro è bene continuare sulla strada che porta alla somministrazione periodica di verifiche standardizzate. Con tutti i limiti che comporta: "Io credo che il Paese abbia bisogno di avviare questo processo sulla valutazione", ha sottolineato Profumo.

Insomma, se da viale Trastevere non si vuole sentir parlare di ripensamenti (che avrebbero il sapore della sconfitta e dell’allontanamento dalle pratiche valutative ormai attuate in tutti i più moderni Paesi), allora sarebbe bene aprire un confronto su contenuti e modalità di somministrazione. Le decisioni calate dall’alto, del resto, non possono portare consensi. E nemmeno alte adesioni.

Fonte: Tecnica della Scuola

Secondo il sen. Pittoni l’avvio dei Tfa riservati alimenta la necessità di approvare il ddl leghista sul merito locale: altrimenti ci sarà l‘assalto alla 'diligenza’ nell’illusione che l’abilitazione (magari con qualche furbata) porti alla cattedra. Velenosa replica del sindacato: di furbate abbiamo appreso solo quelle di chi voleva comprarsi il titolo di studio in Albania senza conoscerne la lingua.

Non poteva andare diversamente. Anche i Tfa e le nuove modalità di reclutamento, in particolare il versante riservato ai docenti precari con almeno tre supplenze da 180 giorni ciascuna, diventano terreno di polemica tra Mario Pittoni, capogruppo Lega Nord Commissione Istruzione del Senato, e l’Anief, il sindacato degli educatori in formazione.  

Stavolta ad innescare la polemica è stata l’organizzazione guidata da Marcello Pacifico, che ha risposto in modo piccato alle affermazioni rilasciate poco prima dal senatore leghista. Pittoni, dopo aver appreso le intenzioni del Miur di tendere “la mano agli insegnanti non abilitati che hanno maturato un certo periodo di attività”, aveva dichiarato che a questo punto diventa ancora più “urgente il varo di un nuovo sistema di reclutamento, che preveda una adeguato filtro del merito (come nella nostra proposta basata su albi professionali regionali, già sul tavolo del ministro), in grado di correggere la pesante disomogeneità di valutazione sul territorio”. In caso contrario si rischia di assistere, continua Pittoni, all’“ennesimo ‘assalto alla diligenza’ nell’illusione – in alcuni casi alimentata dalle università che grazie ai corsi abilitanti vedono rimpinguarsi le loro casse – che l’abilitazione (magari con qualche furbata) porti quasi automaticamente alla cattedra, cosa che ovviamente non è e non deve essere”.

A stretto giro di posta, è il caso di dire, giunge la secca replica del presidente dell’Anief: “di furbate fino ad oggi noi abbiamo appreso dai giornali soltanto quelle di chi voleva comprarsi il titolo di studio in Albania e senza conoscerne la lingua. Anche l’Anief auspica una maggiore trasparenza e attenzione nella valutazione del merito degli aspiranti docenti, ma certamente – sottolinea Pacifico – non per produrre un reclutamento a livello regionale che alimenterebbe clientele e non garantirebbe un’uniforme valutazione nazionale per l’accesso ai ranghi dello Stato”.

Ancora una volta, il sindacato autonomo ha nel mirino il ddl sul reclutamento presentato dalla Lega al ministro Profumo, all’indomani del suo approdo a viale Trastevere. “Come è stato appurato, anche recentemente a seguito della correzione delle prove scritte dell’ultimo concorso per dirigenti scolastici, un reclutamento di quel genere, legato a selezioni di tipo regionale, comporterebbe gravi iniquità”. L’ultimo pensiero di Pacifico è per i precari storici: “non dobbiamo poi dimenticare quei docenti non di ruolo che l’abilitazione l’hanno già conseguita e hanno svolto diversi anni di servizio nella scuola italiana come supplenti: anche le sentenze dei Tribunali degli ultimi giorni ci confermano che non possono essere abbandonati al loro destino. Come vorrebbe qualche parlamentare, che invece di rappresentare tutti i cittadini italiani – conclude il leader dell’Anief –  - continua a parlare di merito locale”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Il sindacato di Pacifico ritiene che le scelte discutibili prese dal Miur sarebbero governate da un consigliere - chiamato dal ministro Gelmini e confermato da Profumo - che si ostina a voler programmare la formazione universitaria senza avere competenza in materia. Critiche pure ai sindacati che salgono a viale Trastevere: forniscono solo le notizie.

Non si placano le critiche sulle modalità scelte dell’amministrazione scolastica per portare a termine le procedure di avvicinamento ai Tfa abilitanti. Alle perplessità dei sindacati più rappresentativi, presenti con le loro delegazioni agli incontri con i direttori generali del Miur, nelle ultime ore si sono aggiunte quelle dei diretti interessati. Lo scontento abbraccia sia i giovani - la maggior parte dei quali non sa districarsi tra operazioni di verifica dei titoli, scelta delle classi di concorso e contenuti da selezionare per preparare al meglio il test preselettivo di luglio – sia i precari della scuola. Tra questi sono in migliaia a sentirsi beffati per l’esclusione dall’accesso diretto ai Tfa, senza passare per la lotteria dei test, dovuta al diktat imposta da viale Trastevere: aver collezionato 3 annualità tra supplenze annuali o continuative per almeno 180 giorni.

Secondo l’Anief, l’associazione sindacale nata poco più di tre anni fa proprio per assistere gli “educatori in formazione”, ritiene che i limiti organizzativi dl Tfa vanno ricondotti ad “un consigliere - chiamato dal ministro Gelmini a Viale Trastevere e confermato da Profumo - che si ostina a voler programmare la formazione universitaria senza avere una minima competenza in materia né il pudore o la coscienza di ammettere di essere, perlomeno, la persona meno indicata a trattare l’argomento. Ma si sa l’Italia non è la Germania dove per aver copiato una tesi ci si dimette immediatamente”.

Il sindacato esperto di normativa scolastica e del lavoro non cita mai il fantomatico consigliere scelto dall’ex ministro Gelmini, ma per gli addetti ai lavori o per coloro che seguono con costanza le vicende della scuola italiana appare molto chiaro a chi è indirizzata la “frecciata”.

L’Anief, comunque, non se la prende solo con lui. “Speriamo che al prossimo incontro, almeno, i sindacati scelti dai lavoratori per trattare la materia – continua l’associazione che rappresenta circa 9mila lavoratori della scuola - sappiano ricordare ai tecnici del Miur come negli ultimi dieci anni con 360 giorni di servizio siano stati abilitati 200.000 insegnanti (e non con tre anni), come sia necessario programmare il fabbisogno sulle nuove classi concorsuali (ultimo regolamento da approvare), come non si possa obbligare un precario ad abilitarsi in una specifica regione, a vedere compresso il diritto al lavoro durante la frequenza dei corsi né a pagare l’iscrizione a un test di accesso quando ha diritto a quel corso; così come anche i corsi di formazione per i sovrannumerari devono rispettare il numero di crediti formativi (60) richiesti dalla legge per il rilascio della certificazione universitaria”.

L’organizzazione guidata da Marcello Pacifico chiude con un appello a Profumo: “chiediamo al ministro di fare chiarezza, cambiando consigliere”. E pure ai sindacati, cui chiede “di rappresentare gli interessi dei lavoratori e degli utenti della scuola, perché a limitarsi a fornire le notizie è sufficiente la stampa".

Fonte: Tecnica della Scuola

Invalsi, ultimo atto. Ma sulla tornata finale dei test che valutano la preparazione dei nostri studenti in matematica e italiano, si addensano le nubi della protesta. Dopo le prove della scorsa settimana che hanno visto impegnati gli alunni delle classi seconde e quinte elementari e prime medie (più di 1 milione e 700 mila ragazzi), tocca ora ai liceali del secondo anno: circa 533 mila. A chiudere il calendario 2012 sarà poi la prova nazionale inserita negli esami di terza media, l'unica che peserà per legge sul voto finale.

La prova rappresenta «uno strumento per fornire al sistema nel suo complesso, e alle scuole individualmente, una valutazione dei livelli di apprendimento raggiunti in alcuni ambiti fondamentali per l'accesso alla cittadinanza», spiega Roberto Ricci, responsabile del Servizio nazionale di valutazione. Quello che un tempo era il «leggere e fare di conto» e che ora si declina in «buone capacità di lettura e possesso di capacità matematiche adeguate». Nè scontate nè assodate, peraltro, come ha sottolineato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Che dopo aver consultato l'ultimo Rapporto Invalsi sugli esami di maturità 2009-2010 ha concluso che «i nostri giovani sanno troppo poco: non conoscono le lingue, italiano compreso e neanche i rudimenti della matematica». Ma le prove nazionali restano un passaggio inviso a larga parte del mondo scolastico, che minaccia boicottaggi e barricate.

LE PROTESTE - L'Associazione professionale sindacale Aniefparla di «verifiche tutte da rivedere, che non servono, non aiutano gli studenti e nemmeno le scuole a migliorarsi». I Cobasannunciano scioperi di docenti e personale Ata. E programmano un sit in di protesta a Roma, mercoledì mattina, davanti al ministero di Viale Trastevere, «contro la miserabile scuola-quiz», dice il portavoce nazionale Piero Bernocchi. L'Unione degli Studenti proclama il boicottaggio dei test in centinaia di scuole «per opporsi categoricamente al modello di scuola e di valutazione che ci vogliono imporre che non tiene conto delle conoscenze critiche degli studenti e non valorizza i percorsi di studio nelle classi». Lo afferma Carmen Guarino, responsabile valutazione dell'UdS. Che spiega le modalità della protesta: cortei fuori dagli istituti, assemblee autoconvocate, volantinaggi e, nelle classi, studenti che consegneranno le prove in bianco. Le aree più «calde» dovrebbero essere Trieste, la Puglia, Napoli, Roma.

«SCUOLE DI SERIE A E B» - Il messaggio politico dell'associazione studentesca è «la categorica opposizione al modello di scuola e di valutazione che ci vogliono imporre, che non tiene conto delle conoscenze critiche degli studenti e non valorizza i percorsi di studio nelle classi», spiega Guarino. Che aggiunge: «Ci chiediamo come si coniughi la distribuzione censuaria di test standard con la pretesa di scientificità statistica che gli Invalsi vantano. Le rilevazioni non misurano i livelli d'apprendimento degli studenti e neppure il valore delle scuole. Vogliono ratificare e non modificare l'esistenza di scuole di serie A, B e Z». Anche il collettivo Senza Tregua organizzerà a Roma iniziative contro gli Invalsi. E il Collettivo autonomo studentesco di Bologna invita a invalidare il test cancellando il codice indicativo con un pennarello che verrà distribuito all'ingresso delle scuole.

FAVOREVOLI - Intanto l'Istituto, con una nota, fa sapere che durante i test che si sono svolti nella scuola primaria e media, solo lo 0,70% delle classi non ha fatto le prove e di queste lo 0,69% causa sciopero. Dati contestati dai Cobas, che accusano il ministero di aver fornito cifre truffaldine, relative alle sole scuole-campione dove erano presenti gli ispettori Invalsi. «In qualche caso è stato necessario accorpare le classi per giungere a cifre accettabili di presenti», dice Bernocchi. Di tutt'altro parere il Moige, il Movimento italiano Genitori, che ritiene l'esperienza Invalsi «un passo significativo verso il miglioramento dell'intero sistema scolastico, che consentirebbe di allinearci agli altri paesi europei, nei quali questa pratica è consolidata». 

Favorevole anche StudiCentro, l'organizzazione studentesca dell'Udc: «Alle sigle studentesche e sindacali che si oppongono all'Invalsi facciamo presente che questo è un questionario che va nella direzione degli studenti per individuare le lacune di un sistema di apprendimento di certo non perfetto. Siamo convinti - dice Virgilio Falco, portavoce dell'organizzazione studentesca - che la grande partecipazione potrà dare dati utili a evidenziare dove il sistema scolastico può e deve impegnarsi per migliorare».

OBBLIGATORIO - Una norma inserita nel decreto Semplificazioni trasforma, da quest'anno, il test in un'attività didattica ordinaria, sancendone di fatto l'obbligatorietà. Ma l'Istituto, per rispondere alle polemiche, precisa che «non ha, nè intende raccogliere, alcuna informazione sull'identità degli insegnanti delle diverse classi interessate alle prove e, pertanto, non ha in programma alcuna segnalazione».

Fonte: Corriere della Sera

Non servono all'amministrazione, non aiutano gli studenti e nemmeno le scuole a migliorarsi: è questo il giudizio dell'Anief nei confronti dei test Invalsi, a cui domani verranno sottoposte tutte le seconde classi della scuola secondaria di secondo grado.

Secondo l'associazione sindacale "insistere su verifiche standardizzate contraddice la filosofia educativa approntata e sposata in Italia negli ultimi 20 anni, sempre più orientata al 'saper fare' e alla centralità dell'alunno nel suo percorso educativo".

E - si spiega - non serviranno nemmeno le più sofisticate tecnologie applicate ai quesiti, per prevenire le copiature e gli aiuti da parte degli insegnanti, a risollevare questa modalità di rilevazione: "Siamo di fronte sempre e comunque a procedure che - sostiene Marcello Pacifico, presidente dell'Anief - rimangono in forte antitesi con il terreno normativo e le tante energie profuse proficuamente da diverso tempo. Come il Portfolio delle competenze e delle abilità, oltre che la creazione della carta d'identità dello studente e dell'istituto scolastico".

Secondo l'Anief "non si può valutare il percorso di apprendimento di un alunno senza prendere in considerazione delle variabili fortemente soggettive e tutt'altro che standardizzabili". "Prima di verificare le competenze di un alunno - sostiene il sindacalista - è indispensabile registrare sempre il punto di partenza delle conoscenze, gli strumenti operativi a sua disposizione, il gruppo classe, la famiglia di provenienza, il territorio circostante. Solo per rimanere alle più importanti".

"Qualsiasi analisi scientifica - ritiene Pacifico - non può essere considerata seria e attendibile per lo sviluppo e il miglioramento della scuola". Quindi, "continuare su questa strada non aiuta quindi a mettere in campo tutte quelle strategie e risorse per migliorare la nostra scuola e l'apprendimento dei nostri alunni". E "se non si esce da questo equivoco - conclude il Presidente dell'Anief - significa voler insistere su un inutile spreco di energie, soldi e tempo".

Fonte: TMNews

Con le prove di domani, rivolte agli iscritti della scuola secondaria di secondo grado, si avviano a compimento i test Invalsi dell'anno scolastico in corso. Tutti i sindacati maggiori, a differenza dei Cobas, che hanno proclamato lo sciopero nei giorni di somministrazione delle prove (peraltro con scarso successo: domani confidano nell’aiuto degli studenti dell'UdS) ritengono queste prove utili per migliorare la qualità dell’offerta formativa.

Invece per l’Associazione professionale sindacale Anief si "tratta di verifiche tutte da rivedere, perché per come sono predisposte e somministrate non servono, non aiutano gli studenti e nemmeno le scuole a migliorarsi".

Secondo il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, “valutare il rendimento dei nostri alunni attraverso la somministrazione di test standardizzati a livello nazionale contraddice la filosofia educativa approntata e sposata in Italia negli ultimi 20 anni, sempre più orientata al 'saper fare' e alla centralità dell'alunno nel suo percorso educativo”.

A suo giudizio “prima di valutare le competenze è indispensabile registrare sempre il punto di partenza delle conoscenze, gli strumenti operativi a sua disposizione, il gruppo classe, la famiglia di provenienza, il territorio circostante”.

Dall’Invalsi però si obietta che queste variabili sono invece rilevate attraverso apposite schede studente e che saranno oggetto di adeguati approfondimenti.

Fonte: Tuttoscuola

In un comunicato di Affari Italiani si legge che sarebbero oltre 3mila i ricorsi intentati contro la legge che penalizza il personale della scuola del 1952. Il comitato “Quota 96” in prima fila. Forse un disegno di legge ad hoc.

Sotto attacco il governo Monti, e in modo particolare la legge Fornero sulle pensioni che non ha riconosciuto al personale della scuola la particolarità di avere una sola finestra di uscita, quella del primo settembre, fissando per tutto il pubblico impiego il godimento dei diritti pensionistici al 31/12/2011. 

“Forse sarebbe il caso”, si legge nella nota, “ che la ministra del Lavoro, Elsa Fornero, finora sorda al loro richiamo, cominciasse a prendere in seria considerazione questo nodo spinoso che ha fruttato ben due interrogazioni parlamentari e che potrebbe dar vita - lo hanno confermato le deputate Bastico e Ghizzoni - ad un disegno di legge ad hoc volto a sanarlo.”

Oltre dunque al comitato “Quota 96”  anche il Codacons, dopo vari annunci, dichiara che ricorrerà al T.A.R. per difendere i diritti acquisiti di tutti quei professionisti della scuola che pensavano di uscire dal lavoro il 1 settembre 2012 e che invece sono rimasti ostaggio della riforma Fornero, riforma che ha innalzato di sei anni, senza alcuna transizione o gradualità, l'età pensionabile. 

Ma anche La Cisl scuola, con un recente comunicato, ha fatto sapere che ha notificato nei giorni scorsi, all'Amministrazione del Miur, alcuni ricorsi di docenti che avrebbero maturato i requisiti previsti per andare in pensione in base alla precedente normativa entro il 31 agosto 2012.

L'Anief, altro sindacato della scuola, ha da tempo pubblicizzato le sue azioni legali al T.A.R. e al Giudice del lavoro. Da fonti certe sembra che la Uil stia predisponendo oltre 1700 ricorsi in tutta Italia e che la Cgil e lo Snals, infine, hanno dato battaglia in tal senso.

Fonte: Tecnica della Scuola

Non nascondono la soddisfazione i sindacati per il Protocollo di intesa sul lavoro pubblico sottoscritto ieri sulla base dell'accordo già definito il 3 maggio dalle stesse organizzazioni sindacali, governo, regioni, province e comuni.

"Quello sottoscritto - dichiara Marcello Pacifico, membro ConfedirMit-Pa e presidente Anief - è un documento che condividiamo pienamente. Prima di tutto perché rimette in discussione i tanti danni introdotti dalla riforma Brunetta. Ad iniziare dall'introduzione di un nuovo modello di relazioni sindacali, con al centro la contrattazione collettiva nazionale di lavoro per la determinazione degli aumenti di stipendio del personale".

"L'accordo raggiunto - continua sindacalista - porrà anche un freno ai tagli orizzontali al comparto pubblico, valorizzando specifiche competenze che, in particolare nella scuola, non possono essere misurate da livelli di prestazione nazionale (come i test Invalsi). Inoltre il protocollo permetterà l'approvazione, attraverso i conseguenti provvedimenti legislativi, di nuove regole sul mercato del lavoro, anche in riferimento alla flessibilità in uscita".

L'approvazione del Protocollo comporterà benefici pure in campi non strettamente professionali: secondo Marcello Pacifico, infatti, "l'accordo tiene conto delle direttive europee che favoriscono la mobilità dei cittadini all'interno dell'Ue. Andando quindi a determinare maggiori spostamenti anche all'interno delle province italiane".

Fonte: Italpress

L’Anief, dopo aver plaudito all’apertura del Ministro per l’accesso senza selezione ai corsi TFA e aver richiesto, però, un Decreto Legge d’urgenza che metta fine a tante incertezze, perché, in caso contrario, l’Amministrazione si ritroverà ancora una volta a soccombere nelle aule dei tribunali, sostiene una nuova tesi sulla portata effettiva dell’abilitazione conseguita.

Secondo l’Anief “le abilitazioni all’insegnamento equivalgono per legge al superamento di un concorso. Mentre il Ministero dell’Istruzione sembra non seguire questa norma”.

Si tratta di una tesi del tutto nuova e interessante per la quale il generico riferimento normativo dovrebbe forse essere meglio approfondito.

L’Anief ricorda al Miur come da sempre ogni procedura abilitante sia stata ritenuta concorsuale e quindi utile ai fini dell’immissione nei ruoli della scuola. È allora davvero sconcertante quanto ha dichiarato oggi, attraverso cui si fa finta di non sapere che il titolo conseguito al termine dei corsi di formazione primaria consente l’inserimento nelle graduatorie dai cui si attinge il 50 per cento delle immissioni in ruolo”.

A onor del vero va detto, però, che l’abilitazione conseguita con la laurea in scienze della formazione primaria non riguarda i prof. della secondaria e, comunque come si sa, ha dato luogo agli inserimenti in graduatoria ad esaurimento soltanto in un determinato in periodo, tanto è vero che quest’estate vi è stata una pressante richiesta, non accolta dal Parlamento, per aprire le graduatorie ad esaurimento ai nuovi abilitati della scuola primaria.  

Dopo aver dichiarato che il ministero inadempiente “dovrà confrontarsi necessariamente ancora una volta con il nostro sindacato nelle aule del Tribunale”, il presidente Marcello Pacifico conclude affermando che, a suo parere, “il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento deve sempre necessariamente garantire l’accesso ai ruoli della Pubblica Amministrazione”.

Fonte: Tuttoscuola

Il punto della situazione pubblicato l'8 maggio lascia inalterati diversi dubbi. Ad iniziare da quelli sui servizi utili per l’accesso: servono 36 mesi, 1.080 giorni o tre anni di servizio? E come verrà considerato quello svolto nelle paritarie? Fa pensare, poi, che si continui ad ignorare primaria e infanzia.

Le precisazioni del ministero dell’Istruzione sui Tfa sembrano aver prodotto l’effetto opposto: anziché fare chiarezza e sgomberare finalmente dubbi e incertezze su un percorso formativo ancora “acerbo” e ricco di punti oscuri, sembra aver alimentato ulteriori tensioni e contraddizioni. Ad iniziare dal versante che riguarda la soglia minima di accesso riservata ai docenti precari che verranno accolti nel “diverso percorso abilitante previsto per i docenti con 36 mesi di servizio, laureati ma senza il possesso della prescritta abilitazione”. Ma 36 mesi equivalgono a 1.080 giorni. Allora perché fonti attendibili del Miur, ma anche ieri la stessa Uil Scuola, hanno indicato come soglia solo 540 giorni di servizio? E ancora, perché nella stessa nota di chiarimenti il Ministero tira in ballo, per giustificare la procedura formativa con il “doppio binario”,  il “D. Leg.vo 9/11/2007 n. 206 che, in esecuzione della direttiva comunitaria 2005/36 CE, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali”, prevede il “riconoscimento dell’abilitazione anche all’effettivo svolgimento dell’attività professionale per almeno tre anni sul territorio dello Stato membro in cui è stato conseguito o riconosciuto il titolo di laurea?”.

Insomma, più di qualcosa non torna: chi opera nella scuola sa bene che 36 mesi, 1.080 giorni o tre anni di servizio possono rappresentare delle situazioni lavorative pregresse ben diverse. Valgono, ad esempio, solo i canonici 180 giorni di supplenza considerati come limite massimo nel caso delle supplenze annuali? Oppure possono essere annoverati nel computo tutti i servizi svolti (anche quelli estivi, ad esempio, quindi ad attività didattiche concluse). Inoltre, il Miur farebbe bene a chiarire se il servizio svolto presso istituti privati o parificati (a condizioni spesso molto diverse rispetto a quelle della scuola pubblica) abbia la stessa valenza e considerazione numerica. L’equiparazione di servizi, in casi limite addirittura mai svolti, non verrebbe di certo bene accolta da coloro che hanno svolto la “gavetta” interamente nello Stato.

Ancora una volta, poi, viale Trastevere continua ad ignorare due dei tre “tronconi” sulla formazione del DM 149/2010, dando esecuzione solo all’art. 15 dello stesso decreto. Sinora, le altre parti riguardanti la nuova formazione (in particolare quella relativa ai docenti che devono operare nel primo ciclo) non solo non sono state mai avviate. Ma neanche citate, se non altro per dare indicazioni o lumi ai diretti interessati. E l’amministrazione, francamente, non può continuare a rimandare la formazione specialistica di una fetta così grande di candidati. Che continuano incredibilmente a rimanere al palo. L’unico riferimento, nella nota dell’8 maggio, è questo: “l’abilitazione che si consegue a seguito della frequenza del TFA o dei corsi di laurea in Scienza della formazione primaria rappresenta solo la conclusione del percorso di formazione iniziale dell’insegnante e costituisce il presupposto per la partecipazione alle procedure concorsuali”. E, a detta dei sindacati, sarebbe anche sbagliato.

Secondo il presidente dell’Anief, Marcello Pacificoin particolare “da sempre ogni procedura abilitante è stata ritenuta concorsuale e quindi utile ai fini dell’immissione nei ruoli della scuola. È allora davvero sconcertante” il fatto che “si fa finta di non sapere che il titolo conseguito al termine dei corsi dalla formazione primaria consente l’inserimento diretto nelle graduatorie, dai cui si attinge il 50 per cento delle immissioni in ruolo”. La sensazione è che la matassa sia davvero ingarbugliata. E per scioglierla il Ministero dovrebbe mettere la formazione dei docenti tra le priorità del suo operato. Il tempo delle soluzioni affrettate o provvisorie è ormai scaduto.

Fonte: Tecnica della Scuola

Al momento non ci sono deroghe per far accedere ai corsi abilitanti tutti precari con almeno 360 giorni. Se arriverà l'ok, si rischia un numero raddoppiato di corsisti. Ma non quello dei posti per le assunzioni. Con i candidati più giovani che verrebbero danneggiati. A sorridere invece sarebbero gli atenei.

Sta creando un turbine di reazioni l’annuncio del ministro Profumo al grande pubblico, attraverso un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, sulla volontà del Miur di aprire i Tfa a tutti quei docenti che abbiano maturato almeno tre anni di servizio sulla classe di concorso per la quale intendono ora abilitarsi. In effetti, si tratta di una notizia che sconvolgerebbe il già precario assetto dei percorsi abilitanti, incentrato su corsi e tirocini attivi che avrebbero dovuto traghettare il sistema di reclutamento sino alla sua definitiva riorganizzazione.

Vediamo quali sono i punti oscuri. Il primo riguarda il via libera ai precari con un certo numero di anni di servizio (a dire il vero Profumo ha parlato di tre anni ma dovrebbero bastare, invece, solo 360 giorni): leggendo e rileggendo le modalità organizzative e operative per le prove di accesso ai Tfa, contenute nel Decreto del Direttore generalen. 74 del 23 aprile, si scopre che l’unica deroga alla procedura di accesso diretto dei docenti precari riguarda i candidati che hanno superato le prove riguardanti le vecchie Ssis (ma che poi non hanno portato a compimento il corso formativo). Serve dunque, anzi è indispensabile, una norma ad hoc.

La mancanza è stata individuata anche dal presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, il quale, dopo essersi compiaciuto della decisioni del Miur di aprire ai precari “storici”, evitando così “un contenzioso, qualora viale Trastevere non avesse creato un via preferenziale per questi lavoratori precari che hanno acquisito sul campo competenze e professionalità”, ha chiesto pubblicamente che le intenzioni di Profumo si traducano al più presto in un atto concreto: “è indispensabile una decisione rapida da tradurre con un emendamento, all’interno del prossimo provvedimento legislativo varato dal Governo”. Del resto, gli interessati scalpitano. E non si possono di certo avvisare una settimana prima della scadenza dei bandi (fissata al 3 giugno).

Ora, ammesso che arrivi la deroga, la presenza dei docenti oltre i 21mila previsti creerebbe comunque non pochi problemi. Il contingente è stato infatti decretato dopo un lungo “tira e molla”, con al centro pressioni politiche, ministeriali, sindacali e accademiche. Oltre che dei diretti interessati. Le cifre individuate (4.275 posti associabili alla scuola secondaria di primo grado e 15.792 a quella secondaria di secondo grado, mentre ancora una volta aspiranti di infanzia e primaria rimarranno a bocca asciutta), sono frutto di conteggi che tengono conto dei posti oggi vacanti a livello regionale, delle stime sui prossimi pensionamenti e delle probabili riconversioni. Oltre che di una serie di altri fattori, tutt’altro che secondari. Come la capacità di organizzare i corsi da parte degli atenei. Ora, aggiungere un numero consistente di posti (alcune prime stime indicano almeno altri 20mila partecipanti che non passerebbero per la preselezione) potrebbe far saltare il “banco”. Nel senso che ritrovarsi con un numero raddoppiato di abilitati creerebbe una corsa al posto vacante (utile per acquisire supplenze ed eventuali assunzioni in ruolo). Con i neolaureati (in graduatoria rimasti in fondo) a fare la parte delle vittime sacrificali. Vanificando le intenzioni di apertura del ministro proprio ai più giovani candidati all’insegnamento.

Emblematica, in questo senso, la domanda “postata” da una nostra lettrice sulla lista di discussione Facebook. “Io non ho ben capito una cosa: se ad esempio a Catania per la classe di concorso A037 ci sono 15 posti, e ci sono 15 candidati con almeno 360 giorni di servizio (ma ovviamente saranno molti di più), automaticamente non ci sono più posti per quelli che restano (cioè quelli senza servizio) o si fa un conteggio a parte? Evidentemente - conclude polemicamente la lettrice - non sono l'unica ad aver fatto questa considerazione...è tutto il sistema che è sbagliato, privo di logica"

C’è poi da approfondire il versante economico della faccenda Tfa. Se ai corsisti con almeno 360 giorni di servizio verrà risparmiata la fase preselettiva e lo svolgimento dei tirocini (“Nella realtà il tirocinio l'hanno già fatto. Finito il corso, come tutti gli altri tirocinanti, dovranno superare la prova finale”, ha detto il ministro Profumo) lo stesso non si può dire della tassa di frequenza dei corsi. Forse sarà una tassa leggermente ridotta. In ogni caso per i rettori e i gestori delle casse degli atenei sarebbe un’altra importante boccata d’ossigeno. Peccato che a fornirla saranno i precari della scuola. Cui si chiederà di tirare fuori migliaia di euro per avere solo una certezza: accedere alla lotteria del futuro maxi-concorso.

Fonte: Tecnica della Scuola

Qualche giorno fa il Miur ha comunicato le cifre dei compensi che verranno destinati ai componenti le commissioni per il reclutamento dei dirigenti scolastici in corso di svolgimento in tutta Italia.

Compensi irrisori, a detta di molti: un compenso base” pari a 251 euro per il Presidente e 209,24 euro per il componente. Inoltre, “a ciascun componente le commissioni esaminatrici dei concorsi viene corrisposto un compenso integrativo pari a 0,50 euro per ciascun elaborato o candidato esaminato”. In ogni caso “i compensi non possono eccedere 2.051,70 euro”, con l’eccezione dei presidenti per i quali l’importo va incrementato del 20%.

Irrisori, è vero, ma non a giudizio di tutti. Interviene infatti l’Anief con un comunicato diretto e senza mezzi termini, sottolineando come “qualcuno dovrà pagare questo enorme danno erariale, poiché per evitarlo sarebbe bastato sospendere il concorso come indicato nella sentenza di merito del Tar del Lazio a seguito del parere del Consiglio di Stato. Presenteremo un esposto alla Corte di Conti.”

Il Presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, ha comunicato, dunque, l’intenzione di presentare un esposto al Procuratore Generale della Corte di Conti, a seguito della mancata decisione da parte del Miur di interrompere il concorso per diventare dirigente scolastico, di cui si sono svolte le prove scritte e che nel mese di giugno in alcune regioni vivrà il suo epilogo con lo svolgimento degli orali: secondo Pacifico non è stata presa “nella giusta considerazione la sentenza di merito del Tar del Lazio a seguito del parere del Consiglio di Stato, che ha acclarato l’erroneità di un numero tutt’altro che trascurabile di test presentati ai 32.000 candidati lo scorso 12 ottobre, in occasione delle prove preselettive del concorso”.

 “Poiché il concorso è destinato a decadere - ha detto il Presidente dell’Anief - è evidente che questi soldi potevano essere risparmiati: l’amministrazione ha deciso di proseguire nell’espletamento delle prove scritte e nella correzione delle stesse, si è assunta anche la responsabilità di ‘bruciare’ in tal modo centinaia di migliaia di euro. Una quota enorme di soldi, dei contribuenti, che andranno ora inutilmente destinati ai compensi dei commissari e presidenti. A questo punto il prossimo 22 novembre, in occasione dell’udienza fissata eccezionalmente in tempi brevi, a seguito delle sollecitazioni provenienti dai giudici di secondo grado, il Tar non potrà che dimostrare l’avvenuto danno erariale”.

Un danno che va ascritto a qualcuno che opera all’interno dello Stato senza tenere conto delle conseguenze del suo operato. “Quel qualcuno è impegnato nelle stanze del Ministero di viale Trastevere e presto ne dovrà rispondere. Inoltre, paradossalmente, tutto questo spreco di soldi pubblici si concretizza proprio mentre stanno per essere approvati una serie di ulteriori tagli al bilancio dell’istruzione pubblica, attraverso - conclude Marcello Pacifico - l’applicazione dello spending review e una manovra Finanziaria che sembra chiederà ulteriori tagli al settore”.

Ma l’Anief non si ferma qui e coglie l’occasione per ricordare che sta puntualmente impegnandosi, attraverso una serie di motivi aggiunti inviati al Tar del Lazio, anche contro gli esiti delle prove scritte del concorso per dirigente scolastico pubblicati in questi giorni dagli Uffici Scolastici Regionali.
Insomma commissari e presidenti correggono per pochi euro, il concorso rischia l’annullamento, ma procede imperterrito con l’espletamento delle prove orali. Osa troppo il Miur? Lo scopriremo nei mesi a venire se i compensi (vien da dire oboli) di commissari e presidenti saranno stati davvero inutili.

Fonte: Tecnica della Scuola

L'Anief, associazione professionale sindacale, ha deciso di presentare un esposto al procuratore generale della Corte dei Conti, a seguito della mancata decisione da parte del Miur di interrompere il concorso per diventare dirigente scolastico, di cui si sono svolte le prove scritte e che nel mese di giugno in alcune regioni vivrà il suo epilogo con lo svolgimento degli orali: secondo il presidente Marcello Pacifico non è stata presa "nella giusta considerazione la sentenza di merito del Tar del Lazio a seguito del parere del Consiglio di Stato, che ha acclarato l'erroneità di un numero tutt'altro che trascurabile di test presentati ai 32.000 candidati lo scorso 12 ottobre, in occasione delle prove preselettive del concorso".

Ora il Miur fa sapere che, rende noto l'Anief, "a ciascun componente delle commissioni esaminatrici dei concorsi indetti per il reclutamento dei dirigenti scolastici viene corrisposto un compenso base" pari a 251 euro per il Presidente e 209,24 euro per il componente. Inoltre, "a ciascun componente le commissioni esaminatrici dei concorsi viene corrisposto un compenso integrativo pari a 0,50 euro per ciascun elaborato o candidato esaminato". In ogni casi "i compensi non possono eccedere 2.051,70 euro", con l'eccezione dei presidenti per i quali l'importo va incrementato del 20%.

"Poiché il concorso è destinato a decadere - ha detto il presidente dell'Anief - è evidente che questi soldi potevano essere risparmiatii. A questo punto il prossimo 22 novembre, in occasione dell'udienza fissata eccezionalmente in tempi brevi, a seguito delle sollecitazioni provenienti dai giudici di secondo grado, "il Tar non potrà che dimostrare l'avvenuto danno erariale". Un danno che va ascritto a qualcuno "che opera all'interno dello Stato senza tenere conto delle conseguenze del suo operato".

Fonte: TMNews

Dalla documentazione sulla revisione della spesa si scopre che il governo ha intenzione di dimezzare le spese per fitti passivi e gestione degli immobili (l’esempio arriverebbe con l’accorpamento delle sedi Miur), ridurre gli organici dirigenziali, riconvertire i profili professionali, riorganizzare la struttura territoriale e riequilibrare la rete scolastica regionale. Nel mirino anche il rapporto alunni/docenti.

Sembra delinearsi attorno ad una serie di provvedimenti sinora inesplorati, una parte dello Spending review che il governo intende attuare, come annunciato nei giorni scorsi, nei confronti dell’istruzione pubblica: scorrendo la documentazione sulla revisione della spesa sul sito di Palazzo Chigi, risulta che per evitare agli italiani l’innalzamento dell’Iva di altri due punti, i tecnici del governo tecnico starebbero seriamente pensando ad una riduzione, a partire dal 2014, del 50% delle spese per fitti passivi e gestione degli immobili (ma già dal 2013 la riduzione sarebbe del 10%). Tra le operazioni più importanti su questo versante, sembra che via sia convergenza politica, oltre che del ministro Profumo, nell’abbandonare la sede del Miur collocata all’Eur, a due passi dal palazzo dei Congressi, e ospitare il personale addetto a Università e Ricerca all’interno della sede di viale Trastevere.

Sempre dalla stessa fonte emerge che il governo sta valutando le modalità per effettuare una riduzione degli organici dirigenziali e ad una riconversione dei profili professionali. Due provvedimenti, a dire il vero, che non sorprendono più di tanto: il primo, quello riguardante il ridimensionamento numerico dei capi d’istituto, è direttamente proporzionale al dimensionamento scolastico che toccherà il suo apice nella prossima estate; mentre nel secondo figurano sia l’opera di abilitazione dei docenti rimasti senza cattedra, che di recente ha preso il via, dopo qualche tentativo andato a vuoto, sia la fusioni delle classi di concorso (anche se in questo caso la “partita” è ancora aperta ed i tempi di realizzazione risultano più lunghi).

Confermata anche la riorganizzazione della struttura territoriale "con riduzione delle articolazioni provinciali e trasferimento di funzioni", che dovrebbe produrre principalmente un accorpamento degli ex provveditorati, ora Uffici scolastici provinciali, con l’Usr. Nel mirino vi è poi una "razionalizzazione dei distacchi": subito il dito è stato puntato su quelli fruiti annualmente dai sindacati, anche se va detto che dopo la cura “dimagrante” voluta dell’ex ministro della Funzione Pubblica si sono ridotto di circa la metà, arrivando complessivamente a meno di un migliaio.

Più preoccupante è il riferimento del governo non tanto al "riequilibrio della rete scolastica regionale"(già in atto), quanto quello sulla necessità di andare a rivedere la"proporzione tra docenti e classi di alunni". considerando l’innalzamento progressivo registrato negli ultimi anni, con classi iniziali alle superiori che hanno addirittura superato quota 30 iscritti (con tutti i rischi che comporta sul versante del diritto allo studio e della sicurezza), c’è da augurarsi che si tratta più di un provvedimento ipotetico (da prendere in considerazione come ultima eventualità) che realistico. Anche perché una manovra di questo genere non arricchirebbe di certo lo Stato, ma tra addetti ai lavori, studenti e famiglie (almeno 10 milioni di cittadini!) creerebbe di sicuro tanti malumori.

Come li sta creando già tra i sindacati. Dopo le proteste vibranti della Flc-Cgil e più pacate della Cisl Scuola, il 2 maggio sono arrivate anche quelle dell’Anief: il sindacato di Marcello Pacifico teme che lo Spending review si traduca in ulteriori danni al personale. “Ancora una volta – ha detto il leader dell’associazione sindacale autonoma – dopo il blocco degli stipendi, l’allungamento dell’età pensionabile e la mobilità forzata del personale in esubero”, si continua ad “ignorare quanto avviene nei Paesi più sviluppati, come gli Stati Uniti e la Germania”. Per l’Anief non si possono nemmeno accettare concertazioni: “noi non ci stiamo – ha continuato il Presidente - non accettiamo alcun accordo ricattatorio, con il sindacato che dovrebbe chiudere un occhio sui tagli, in cambio di una parte dei risparmi da reinvestire nello stesso settore della scuola”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Il sindacato della scuola Anief chiede al Governo di rivedere il capitolo di tagli alla scuola previsto attraverso l'attuazione dello Spending review.

"Non si può pensare che quello della formazione delle nuove generazioni possa essere sistematicamente il comparto da cui sottrarre risorse pubbliche per risanare il bilancio dello Stato. Siamo appena usciti da un triennio terribile - dice l'Anief - durante il quale sono stati sottratti all'istruzione pubblica oltre 8 miliardi di euro. Ora, malgrado il Ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, ci continui a dire che la scuola non verrà più toccata dai tagli e che è tempo di tornare ad investire sulla cultura, veniamo a conoscenza del fatto che il Governo punta a realizzare una riduzione degli organici dirigenziali, una riconversione dei profili, un 'riequilibrio della rete scolastica regionale e della proporzione tra docenti e classi di alunni'".

Secondo l'Anief "per attuare lo Spending review e scongiurare l'innalzamento dell'Iva del 2%, la scuola viene erroneamente messa sullo stesso piano di altri quattro Ministeri. I quali, però, negli ultimi anni non sono stati falcidiati di tagli. Inoltre i 'tecnici' che stanno predisponendo la Manovra finanziaria estiva avrebbero già programmato un taglio ulteriore del 15% delle spese per beni e servizi sostenute dal Miur".

"Ancora una volta - commenta amaramente Marcello Pacifico, presidente del sindacato - dopo il blocco degli stipendi, l'allungamento dell'età pensionabile e la mobilità forzata del personale in esubero, si vuole continuare ad infierire sul settore della conoscenza attraverso nuovi tagli di spese. Continuando ad ignorare quanto avviene nei Paesi più sviluppati, come gli Stati Uniti e la Germania".

Per l'Anief qualsiasi politica di ridimensionamento del settore scolastico va respinta: non si possono accettare concertazioni o trattative di alcun genere. "Noi non ci stiamo - conclude Pacifico - non accettiamo alcun accordo ricattatorio, con il sindacato che dovrebbe chiudere un occhio sui tagli, in cambio di una parte dei risparmi da reinvestire nello stesso settore della scuola".

Fonte: TMNews

Eppure i rendimenti risultano positivi pure nel periodo di crisi finanziaria. In media un docente versa 20 euro mensili. La convenienza sta nel fatto che la stessa quota arriva dallo Stato. Il limite: il capitale versato non è garantito. Ma considerando il sicuro abbattimento dell’assegno di pensione, forse i giovani farebbero bene a rischiare.

Il personale dalle scuola continua a non credere alla previdenza complementare: nemmeno il passaggio obbligatorio al sistema pensionistico contributivo ha convinto docenti e Ata ad aderire in massa al fondo Espero. A sei anni dal suo avvio, le ultime rilevazioni indicano iscritto solamente il 30% del personale di ruolo. E ciò malgrado il sorprendente trend positivo dei rendimenti, riscontrati anche di recente, in una situazione di profonda crisi generalizzata finanziaria e degli investimenti.

La scarsa adesione al fondo diventa ancora più evidente se si pensa che da un anno e mezzo anche il personale non di ruolo ha diritto all’iscrizione al fondo complementare.

Difficile comprendere i motivi di tanto scetticismo. Prima di tutto perché solo chi è alle soglie della pensione può sentirsi al riparo dell’abbattimento dell’importo dello stipendio che percepirà una volta lasciato il lavoro. Inoltre, se è vero che l’investimento con Espero, per statuto, non garantisce il capitale investito (come avviene ad esempio nel caso delle assicurazioni di tipo privato), vale la pena ricordare che la metà dell’importo base dei contributi viene versato dallo Stato. Un docente della scuola primaria a metà carriera, ad esempio, che decidesse di aderire andrebbe a versare tra i 20 ed i 25 euro mensili. Ma poiché la stessa quota viene versata anche dall’amministrazione, il “tesoretto” pensionistico che si viene a determinare appare sufficientemente al sicuro (anche se la certezza non c’è) da eventuali tracolli ulteriori dei mercati.

Significativo anche il dato che nel giugno del 2010 i rendimenti da inizio mandato erano del 18,48% per il comparto ‘crescita’ e del 14,14% per quello ‘garanzia’. E anche nel 2011, anno nero per gli investimenti finanziari, la performance annuale ha comunque mantenuto un importate segno positivo: la ‘crescita’ (calcolata sugli incrementi di valore quota, e quindi al netto di commissioni e imposte) si è attestata sullo 0,33%, la ‘garanzia’ sullo 0,25%.

Nemmeno i sindacati, che svolgono il ruolo di intermediari nella gestione dei fondi, sono riusciti a vincere lo scetticismo dei dipendenti. In questi giorni anche l’Anief ha lanciato la sua campagna di adesione al fondo Espero. Con un breve comunicato, il sindacato di Marcello Pacifico ha spiegato che alla luce delle “ultime riforme in tema di allungamento dell’età pensionabile e il passaggio secco al sistema contributivo, Anief ha deciso di lanciare la campagna di adesione al fondo Espero tra i suoi iscritti”. Per vincere le resistenze del personale verso la previdenza complementare istituzionale, il sindacato sta vagliando anche “l’opportunità di siglare convenzioni con istituti bancari per agevolare i propri iscritti nella costituzione di un’ulteriore pensione integrativa”. L’Anief, infine, ricorda che il problema esiste e chi non si cautela oggi potrebbe pentirsene: “attualmente, infatti, si stima che il dipendente andrà in pensione fra 20 anni con il 40% dell’ultimo stipendio”, conclude l’associazione sindacale degli educatori in formazione.

Fonte: Tecnica della Scuola

Il punto più debole del decreto è quello che permette ad un docente diplomato di poter affiancare un liceale disabile solo dopo aver svolto un modulo formativo e pur non avendo conoscenza delle materie che andrà ad affrontare. Con gli alunni, penalizzati anche migliaia di specializzati: rimarranno senza posto. Dopo sindacati di base e precari, i no di Gilda, Anief e Flc-Cgil.

I cambiamenti nel mondo della scuola generano forti critiche. Se poi a farne le spese sono i precari, le polemiche hanno buone possibilità di trasformarsi in forti contestazioni. Non sorprende, quindi, che a distanza di alcuni giorni dalla pubblicazione del decreto ministeriale n. 7, che dà il via libera alla riconversione sul sostegno ai docenti di ruolo appartenente a classi di concorso con personale in soprannumero, vi sia stata un’ampia alzati di scudi contro l’iniziativa. Tra i punti più contestati c’è quello che permetterebbe ad un docente (anche un diplomato e le possibilità sono molte perché gli Itp in esubero quest’anno solo oltre 3.000) di poter affiancare alunni disabili già dopo aver svolto il primo dei tre moduli di formazione. E soprattutto di essere collocato in un’area unica del sostegno. Che in termini pratici significherebbe (probabilmente già dal prossimo mese di settembre) ritrovarsi a sostenere anche alunni “certificati” iscritti ad una classe terminale del liceo. Affrontando quindi argomenti che il docente non ha mai svolto durante la sua formazione superiore (tecnica o professionale), né tantomeno all’università (quasi mai frequentata dagli Itp).

I primi a porre il loro veto sono stati sindacati di base. Poi è stata la volta dei docenti precari, molti dei quali hanno manifestato la volontà di adire alle vie legali, sostenendo di essere scalzati per fare spazio a del personale scarsamente preparato nelle discipline e specializzato sull’insegnamento ad alunni con problemi di apprendimento.

Anche il “Forum Mai più precari nella scuola” ha chiesto “il ritiro del provvedimento da parte del governo”, poiché così come è stato organizzato soppianterebbe “docenti che hanno alle spalle decine di anni di insegnamento delle discipline, nella totale indifferenza rispetto alle esigenze didattiche degli allievi disabili. Altrettanti docenti specializzati ma precari, che hanno seguito un percorso universitario avanzato e che hanno lavorato per anni su posto di sostegno, maturando conoscenze e competenze specifiche, saranno nella pratica spazzati via, epurati. Saranno sostituiti dai loro colleghi costretti a riconvertirsi, demotivati, obbligati ad improvvisarsi in un ruolo mai ambito, formati con un corso breve, sintetico, in buona parte on-line”.

Nelle ultime ore lista di contrari si è decisamente allargata. Dai territori, i sindacati hanno dovuto fare i conti con l’ira dei diretti interessati: significativo, in tal senso, il comunicato della Gilda di Cuneo, secondo cui la soluzione prospettata dal Miur “precluderebbe la possibilità per migliaia di docenti precari specializzati di vedersi riconfermati nell'incarico annuale e ridurrebbe ulteriormente le probabilità di eventuali immissioni in ruolo”.

La preoccupazione è stata colta anche dall’Anief, che ha chiesto “ai parlamentari di presentare un’interrogazione urgente al ministro, visti i diversi aspetti oscuri. I corsi, infatti, potrebbero partire in deroga ai corsi ordinari per il conseguimento della specializzazione su sostegno, con un monte ore inferiore, un percorso differente e garantirebbero l’assegnazione su posto di sostegno prima ancora del conseguimento del titolo”. Per il sindacato di Pacifico, la convenzione per l’avvio dei corsi, inoltre, “è stata firmata con le Facoltà di Scienze della formazione primaria di sole cinque università, costringendo i corsisti, su base volontaria, a spostarsi anche in regioni lontane dai luoghi di servizio”. Il sindacato degli educatori in formazione ritiene, in conclusione, che in un solo colpo il Miur metterebbe a repentaglio “il diritto allo studio degli studenti disabili e la parità di trattamento con coloro che hanno conseguito la specializzazione attraverso i canali ordinari”.

Duro anche il giudizio della Flc-Cgil: che definisce la soluzione del Miur “inaccettabile, poiché su tale tema c'è una prerogativa contrattuale. È necessario –per il sindacato guidato da Mimmo Pantaleo - fare una attenta valutazione sull'impatto nei singoli territori in relazione al numero dei docenti e alle classi di concorso/posti in esubero di appartenenza: in alcuni casi crediamo che una iniziativa di questo tipo sarebbe controproducente o avrebbe effetti nulli in tema di riassorbimento dell'esubero”.

La Cgil è inoltre preoccupata del fatto che questa modalità di collocazione comporterà “una ulteriore perdita di posti per i docenti a tempo determinato, innescando l'ennesima contrapposizione tra il personale”. Ancor di più perché, per scongiurare lo spettro della mobilità e della cassa integrazione, la riconversione su sostegno non si tradurrà in una scelta “volontaria, ma nei fatti in una scelta obbligata, essendo allo stato l'unica possibile”. Il sindacato ha quindi “chiesto che si blocchi la procedura” e si apra un tavolo di trattativa “per l'individuazione dei corsisti e si cerchino altre soluzioni”.

Fonte: Tecnica della Scuola

Pacifico (Anief): Garantire trasparenza, pubblicità e valutazione.     

Basta al proliferare dell`individuazione dei dirigenti pubblici attraverso modalità che aggirano i concorsi: l`appello giunge dal convegno 'Il dirigente pubblico per l`Italia: presente e futuro', organizzato dal sindacato ConfedirMit-PA a Roma al circolo ufficiali dell`Aeronautica militare.

Partendo dall`incremento del ricorso allo `spoiling system` - la cui incidenza negli ultimi anni è schizzata dall`8% al 20% - i relatori si sono soffermati su un metodo di assunzione praticabile per legge solo per selezionare personale con professionalità eccelse. Quello di frenare la chiamata diretta dei dirigenti pubblici è un tema già avviato a Palazzo Vidoni. E l`amministrazione si è detta sensibile ad affrontare l`argomento: "Serve un provvedimento d`urgenza - ha chiesto Stefano Biasioli, segretario generale ConfedirMit-PA e membro del Cnel - perché è sotto gli occhi di tutti che dal 2001, con l`introduzione della legge 150, c`è stato un proliferare di pseudo-concorsi con candidati non prescelti sulla base delle abilità, ma di rapporti privilegiati. Torniamo quindi ad affidare al sindacato un ruolo attivo di controllo delle selezioni".

Anche per Stefano Simonetti, direttore amministrativo della Usl n. 3 di Pistoia, la soluzione non può che essere quella del rigore: "occorre dire basta all`abuso della deroga al concorso pubblico - ha spiegato Simonetti - perché da qualche anno stiamo assistendo all`individuazione di candidati, non necessariamente dirigenti ma anche assistenti amministrativi, sulla base di norme nate solo per ambiti particolari, come quello della ricerca".

Secondo Marcello Pacifico, presidente dell`Anief e membro della segreteria ConfedirMit-PA, c`è necessità di "garantire trasparenza, pubblicità degli atti e una seria valutazione sinora invece sconfessata dai concorsi, come anche accaduto in occasione di quelli gestiti dal Miur per la scelta dei dirigenti scolastici. Per mettere freno allo spoiling system occorre invece una seria formazione e riqualificazione del personale dirigente, che non sia più soggetto a dover essere assunto o rimosso per la sua connotazione politica".

Fonte: TMNews

È il risultato che sta emergendo dal sondaggio predisposto dal Miur: solo il 10% sarebbe favorevole. Vanificando le intenzioni di Miur e governo di dimostrare che la volontà popolare è per la cancellazione. Gli studenti del Link, intanto, continuano la loro opera di contestazione: davanti al Miur miriadi di rotoli di carta igienica con la scritta 'Titoli di studio o carta straccia?'

Alla fine i dubbi sul valore legale del titolo di studio sembrerebbero rivelarsi del tutto inutili: a poche ore dalla consultazione pubblica messa in atto dal Miur dopo la cancellazione della norma dal decreto semplificazioni, circa 15mila partecipanti su 20mila (con maggiore propensione al Sud) hanno detto che vorrebbero mantenere l’attuale valenza della laurea “perché garantisce la qualità della prestazione resa dal professionista, che il cliente potrebbe non essere in grado di verificare da solo”. È troppo forte, evidentemente, il timore di vedersi privare di uno dei punti fermi del nostro sistema formativo e di accesso al mondo professionale.

L’anticipazione, fornita dal quotidiano più distribuito in Italia, il Corriere della Sera, non lascerebbe spazio a dubbi. Quella che nelle intenzioni del premier Monti e del ministro Profumo doveva essere un importante indicatore di tendenza della volontà popolare, per verificarne la disponibilità a rivedere, in chiave moderna, il valore e la spendibilità dei diplomi, ha in realtà prodotto un chiara richiesta di mantenimento del quadro normativo esistente: solo il 10% dei votanti ha espresso un giudizio negativo sull’attuale assetto. Quasi il 74% si è invece detto d’accordo nel mantenerlo. E il resto, circa il 15%, non ha preso posizione, preferendo cliccare sull’opzione “dipende dal tipo di professione”.

Del risultato che si sta concretizzando sul portale del Miur si compiaceranno in molti. Dai partiti politici d’opposizione, capitanati da sinistra e Idv, ai sindacati, con parole forti usate da Flc-Cgil e Anief, sino addirittura ad alcuni rettori.

Tra coloro che cantano vittoria figurano poi la maggior parte degli studenti. Qualche giorno fa hanno allestito un contro-questionario. E nella notte tra domenica 22 e lunedì 23 aprile hanno lasciato diversi rotoli di carta igienica, con sopra la scritta ‘Titoli di studio o carta straccia?’, proprio davanti al ministero dell’ Istruzione. L’ azione dimostrativa ha voluto porre l’ attenzione su una intenzione del governo che secondo Diana Armento, coordinatrice di Link Roma sarebbe “una vera e propria truffa” poiché nella stessa formulazione delle domande poste on line si coglie “la volontà governativa di orientare le risposte verso l’ assenso a tale abolizione. Ciò è ancor più grave – continua la studentessa - se si tiene conto del fatto che si tratta di una tematica di fondamentale importanza; infatti l’ abolizione del valore legale del titolo di studio creerebbe una dualità all’ interno del sistema formativo con poli universitari eccellenti ma costosissimi e università scadenti ma economiche. Insomma il merito dello studente perderebbe valore in favore della reputazione dell’ Ateneo da cui proviene, rendendo le nostre lauree carta straccia”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Sconfitte a raffica per il ministero dell`Istruzione dopo il biennio di "buio" 2009-2011 in cui non è stato garantito il principio del merito nel reclutamento degli insegnanti, come conferma la declaratoria di incostituzionalità dell`articolo 1, comma 4 ter, del dl 134/09, aggiunto dalla legge di conversione 167/09 (sentenza 41/2011).

Due insegnanti ottengono che l`assunzione a tempo indeterminato sia retrodatata di due anni, appunto dal 2011 al 2009: il provvedimento dell`autorità le penalizzava sul piano retributivo e le obbligava ad aspettare più tempo per eventuali trasferimenti di sede. È quanto emerge dalla sentenza 2276/12, pubblicata dalla sezione lavoro del tribunale di Milano, che va nella direzione di tutelare la parità di trattamento fra tutti i docenti presenti nelle graduatorie ad esaurimento (circa 200 mila lavoratori), riportata dal sito Cassazione.net.

Ad aprire la vertenza è stato nel 2009, l`Anief, il sindacato degli educatori in formazione. Dopo che la controversia è passata dal Tar Lazio, ora è confermata la giurisdizione del giudice ordinario: si controverte infatti sugli atti di gestione della graduatoria utile per l`eventuale assunzione, che rientrano tra le determinazioni assunte con la capacità e i poteri del datore di lavoro privato e rispetto ai quali sono configurabili solo diritti soggettivi. E soprattutto deve essere riconosciuto l`inserimento a "pettine" dei precari che avevano chiesto di essere trasferiti in un`altra provincia rispetto a quella di residenza e deve essere respinto il sistema delle "code".

Fonte: TMNews

L'Anief contesta "con forza" la posizione espressa oggi dal ministro della Pubblica Amministrazione, Filippo Patroni Griffi, attraverso un'intervista rilasciata all'Avvenire, riguardo alla "volontà del governo di licenziare al più presto il personale del pubblico impiego e della scuola in stato di esubero e non ricollocabile". "Da tempo - sottolinea il sindacato autonomo - l'amministrazione pubblica ha inviato segnali in questa direzione e non possiamo certo meravigliarci se oggi è tornata ad esprimerli con maggiore forza".

"Il nostro sindacato - ha dichiarato il Presidente dell'Anief, Marcello Pacifico - ha denunciato dal mese di novembre, subito dopo l'approvazione della Legge 183/11, l'ingiusto licenziamento dei lavoratori in esubero appartenenti all'amministrazione pubblica. Anche perché si tratta di provvedimenti punitivi che non corrispondono ad alcun intervento di riorganizzazione e rilancio dei servizi del comparto statale".

Il rappresentante dell'Anief spiega quindi perché il governo non è nuovo ad annunciare questo genere di intenzioni: "In effetti - ricorda Pacifico - purtroppo al di là delle mere e sterili lamentele degli altri sindacati, il ministro della Funzione Pubblica ha ricordato che la possibilità di licenziare nella pubblica amministrazione è stata prevista già con l'approvazione del decreto legislativo 165 del 2001: si tratta della norma, in vigore dunque da oltre 10 anni, che ha introdotto l'allontanamento del lavoratore per motivi esclusivamente finanziari, derivanti dalla soppressione degli enti esistenti fino a quel momento".

Ne consegue, continua il presidente dell'Anief, che "il problema non è garantire un posto di lavoro che non c'è più, ma investire e programmare una ripresa economica che a partire da una migliore distribuzione dei servizi da parte dello Stato possa rilanciare l'economia del nostro Paese e farlo uscire dalla recessione".

Secondo l'Anief anche dal confronto con gli altri Paesi il nostro esce clamorosamente perdente: "Non è un caso - ha concluso Marcello Pacifico - che la Germania, indiscusso volano dell'economia europea, anche negli ultimi anni contrassegnati dalla crisi economia internazionale abbia aumentato gli investimenti del Pil proprio nel comparto della pubblica amministrazione".

Fonte: TMNEws

L’equiparazione dei dipendenti pubblici ai privati arriverà in estate con la riforma del lavoro: la mobilità obbligatoria per due anni già esiste, ma d’ora in poi per chi non sarà ricollocato scatterà il licenziamento. Cgil e Uil pronti allo sciopero. Cisl: serve un confronto. Anief: pensi a rilanciare i servizi. Ugl: sono altri i veri sprechi.

Il personale in esubero e non ricollocabile entro due anni va licenziato: anche quello con un contratto nel pubblico impiego. A sostenerlo, attraverso un'intervista all'Avvenire pubblicata il 19 aprile, è stato il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi. La novità, rispetto a quanto sinora paventato dai più alti rappresentanti del Governo, come il ministro del Lavoro Elsa Fornero, è che il provvedimento non è solo un’idea da mettere sul tavolo: secondo Patroni Griffi il progetto è già molto avanti, tanto che nelle intenzioni del responsabile della Pa verrà incluso nella riforma del lavoro. E quindi la norma sarà approvata entro l'estate. Per farlo si attuerà una apposita delega per l'estensione delle norme anche al pubblico impiego.
"Spero che capiscano tutti anche i sindacati", ha detto il ministro della Pubblica amministrazione. "Devono accettare il meccanismo di mobilità obbligatoria per due anni che già esiste ma che ancora non è stato attuato. Noi andiamo avanti e in tempi brevi definiremo per ogni singola amministrazione, il quadro delle eccedenze del personale in servizio. E chiariremo – ha aggiunto Patroni Griffi  - che questo non significa che dopo 24 mesi quei lavoratori dovranno essere licenziati. Prima proveremo a vedere se quel personale, riqualificato, potrà essere utilizzato meglio in altri settori. Poi, solo se alla fine non si troveranno alternative l'unica strada rimarrà quella del licenziamento".
Dopo la premessa, la ‘stoccata’ finale: il governo intende concludere il progetto al più presto, già "entro l'estate, anche perché – ha concluso il Ministro - già nella seconda metà di maggio. Dopo gli incontri che ho in corso con i sindacati vorrei che si varasse il disegno di legge sulle nuove regole del pubblico impiego".

Le parole di Patroni Griffi ha destato immediate e vibranti reazioni tra tutti i sindacati che difendono i lavoratori della pubblica amministrazione. “Se il ministro Patroni Griffi intende imporre licenziamenti facili nelle pubbliche amministrazioni – ha detto Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil - sappia che siamo pronti allo sciopero generale, dopo la manifestazione del pubblico impiego di lunedì 23 a palazzo Vidoni”. Il leader dei lavoratori della conoscenza sostiene che non si possono cambiare le regole in corsa, perché devono essere sempre “condivise e rispettose dei contenuti dei contratti”. Per la Flc-Cgil, quindi, non si può parlare di licenziamenti se prima non si garantiscono “vere opportunità alternative in termini di mobilità”. E nel comparto dell’istruzione pubblica queste sicuramente non mancano: “dopo i tagli di organico nella scuola pubblica – conclude Pantaleo - riteniamo che esistono possibilità concrete di utilizzare il personale in esubero per migliorare la qualità dell'offerta formativa”.

Anche per la Cisl non è agitando lo spettro del licenziamento che si può far crescere il livello di produttività della pubblica amministrazione. Giovanni Faverin (Cisl Fp) e Francesco Scrima (Cisl Scuola) scrivono che “la licenziabilità dei dipendenti pubblici è un falso problema: le norme esistono e la disciplina anzi è più rigida che nel privato. Sulla mobilità, in particolare, non abbiamo bisogno di ‘capire’: nella scuola ogni anno gestiamo attraverso contratti la mobilità di migliaia di lavoratori, che ultimamente è stata soprattutto mobilità forzosa per far fronte a esuberi e soprannumero. Invece di alimentare inutili tensioni sui media, il ministro valorizzi il confronto con le parti sociali".

Secondo i sindacalisti della Cisl “il punto vero è pensare ad una riorganizzazione seria e complessiva della Pa e della scuola, all’interno della quale rilanciare le priorità: qualità dei servizi, sostenibilità, produttività, certificazione delle competenze”.

Un piano alternativo a quello di Patroni Griffi è stato reso pubblico dal segretario confederale Cisl, Gianni Baratta. "Si riapra, contestualmente, lo spazio contrattuale compresso dalle vigenti leggi; si accetti il confronto per la spendig reviu stabilendo per ogni amministrazione la destinazione dei risparmi degli investimenti e la remunerazione del lavoro; si decidano iniziative forti sull'occupazione riguardanti anche il precariato e sulla formazione; si sblocchi la previdenza integrativa dopo la 'paccata' subita sulla riforma delle pensioni".

Paolo Pirani, segretario confederale Uil, chiede a questo punto “se ci sia o meno l`intenzione di sottoscrivere con il sindacato un accordo sul lavoro pubblico. Contro la 'svalorizzazione' del lavoro pubblico e in mancanza di un progetto di rilancio della qualità della Pubblica amministrazione a favore dei cittadini - ha aggiunto - la Uil ha già realizzato uno sciopero generale. Continueremo a contrastare, con determinazione, ogni politica che facesse gravare sui lavoratori pubblici i costi delle inefficienze e degli sprechi generati da scelte politiche dissennate".

Anche per l’Anief il ministro Patroni Griffi sbaglia ad annunciare i licenziamenti dei lavoratori pubblici. “Il problema – dice il presidente Marcello Pacifico - non è garantire un posto di lavoro che non c’è più, ma investire e programmare una ripresa economica che a partire da una migliore distribuzione dei servizi da parte dello Stato possa rilanciare l’economia del nostro Paese e farlo uscire dalla recessione. Noi abbiamo denunciato dal mese di novembre, subito dopo l’approvazione della Legge 183/11, l’ingiusto licenziamento dei lavoratori in esubero appartenenti all’amministrazione pubblica. Anche perché si tratta di provvedimenti punitivi che non corrispondono ad alcun intervento di riorganizzazione e rilancio dei servizi del comparto statale”.

A non accettare “mai che si ricorra ai licenziamenti come strumento per ridurre le spese dalla pubblica amministrazione", sono anche i segretari dell`Ugl Intesa Funzione Pubblica, Paola Saraceni e Francesco Prudenzano: "bisogna sì pensare ad una riorganizzazione della pubblica amministrazione - spiegano - ma abbattendo i veri sprechi, intervenendo duramente su esternalizzazioni e consulenze e valorizzando i dipendenti pubblici. Una riorganizzazione - concludono - è necessaria, ma non sulla pelle dei lavoratori".

Fonte: Tecnica della Scuola

Con i tagli del precedente governo sono tanti rimasti senza cattedra che fanno i "tappabuchi". E secondo l'Anief ora potrebbero rimanere senza posto. Il sottosegretario Rossi Doria: "Sono stati e verranno utilizzati".

Dopo i tagli del governo Berlusconi, 10 mila insegnanti rischiano il licenziamento. A denunciarlo è l'Anief, l'Associazione nazionale insegnanti ed educatori in formazione. Ma secondo il ministero il pericolo che ciò possa avvenire è remoto. A sollevare il problema una interpellanza parlamentare della deputata dell'Italia dei Valori, Anita Di Giuseppe. "Quello dei docenti sovrannumerari della scuola italiana è un problema crescente, di cui il governo deve farsi necessariamente carico", si legge in una nota dell'Anief.

Attualmente, sono quasi 11 mila i docenti di ruolo rimasti senza cattedra, che vengono utilizzati dal ministero per fare i tappabuchi. La fetta più grossa di docenti in esubero è al superiore, dove il taglio delle ore di lezione operato dalla riforma Gelmini è stato più consistente e proseguirà ancora per tre anni. "Per questi insegnanti  -  spiega il presidente dell'Anief, Marcello Pacifico  -  a seguito dell'ulteriore riduzione di offerta formativa settimanale nelle scuole superiori, il pericolo è reale e prossimo al compimento".

La legge di stabilità approvata prima delle dimissioni del governo Berlusconi conteneva una norma che per i docenti in esubero prevede la mobilità "forzosa" presso altre amministrazioni pubbliche. "E se ciò non sarà possibile  -  continua Pacifico  -  si procederà alla cassa integrazione per due anni seguita dal licenziamento, nel caso in cui tale personale non possa essere ricollocato. Bisogna evitare che ciò avvenga". Ma secondo il sottosegretario Marco Rossi Doria, che ha risposto all'interpellanza di pochi giorni fa, il governo a cuore la sorte dei docenti in esubero.  

"Nell'anno scolastico corrente  -  spiega Rossi Doria  -  l'esubero si è determinato in 10.706 unità docenti, in buona parte concentrato nella scuola secondaria di secondo grado, ove, accanto al riordino dei cicli, si è verificata la maggiore diminuzione della popolazione scolastica. L'esubero, tuttavia  -  continua il sottosegretario all'Istruzione  -  viene determinato e conteggiato in organico di diritto, e viene poi riassorbito quasi completamente in organico di fatto". In altre parole, i docenti in esubero vengono utilizzati "su posti derivanti dall'unificazione degli spezzoni di orario disponibili utilizzabili solo in organico di fatto e su posti di sostegno".  

Ma di eventuali corsi di riconversione professionale  -  che potrebbero abilitare all'insegnamento in altre discipline docenti che hanno ormai maturato anni di servizio, facendoli uscire dal tunnel della precarietà  -  non si discute. Qualche settimana fa, si è parlato di riconvertire parte dei docenti in esubero su posti di sostegno. Ma viale Trastevere smentisce. "Con riferimento ai corsi di riconversione  -  risponde Rossi Doria alla Di Giuseppe  -  che nessun corso di riconversione professionale sul sostegno è partito, né, per ora, è stato pianificato". Ma Idv e Anief chiedono al governo tecnico di "non lavarsene le mani".

Fonte: Repubblica

Il concetto espresso dal tribunale è la salvaguardia della parità di trattamento tra tutti gli oltre 200mila presenti nelle graduatorie. Il sindacato di Pacifico chiede ora un’azione conciliativa dell’amministrazione per risolvere subito il contenzioso. Coinvolti migliaia di docenti inseriti nelle GaE.

Ancora una sentenza che rischia di mettere a repentaglio il contenuto delle già non floride casse del ministero dell’Istruzione. Stavolta ad emetterla è stato il tribunale del lavoro di Milano, che chiude nel merito la vertenza iniziata dai ricorrenti dell’Anief nel 2009 al Tar Lazio, confermando l’inserimento a “pettine” dei precari che avevano chiesto di essere trasferiti su altra provincia e respingendo, di conseguenza, il sistema delle “code” introdotto nel 2007 dall’ex ministro Giuseppe Fioroni.

Il concetto che i giudici del lavoro hanno ribadito è stato quello di tutelare la parità di trattamento tra tutti gli oltre 200mila presenti nelle graduatorie ad esaurimento: una posizione, del resto, già espressa dai giudici costituzionali, attraverso la sentenza n. 41/2011.

La sentenza di Milano, però, appare di maggior importanza: potrebbe infatti ora orientare le tante altre che migliaia di precari della scuola attendono con ansia. Sia per puntare all’assunzione, sia per percepire indennizzi tutt’altro che figurativi.

Canta vittoria, naturalmente, Marcello Pacifico, il presidente nazionale dell’Anief. “Finalmente – dice il leader del sindacato degli educatori in formazione - si chiude una pagina giuridica già vinta diversi anni orsono: dopo la recente conferma dei provvedimenti cautelari e commissariali avvenuta in quasi tutte le corti territoriali, negli scorsi mesi, in tema di inserimento a pettine dei ricorrenti per via della riassunzione dei processi avviati tempo addietro, vi è la prima sentenza di merito, emanata in tempi record e tanto attesa dal Miur da fargli accantonare 1.500 circa posti riservati alle immissioni in ruolo nella scorsa estate, su richiesta di sindacalisti e politici”.

L’Anief aveva ribadito questa posizione, anche di recente, al sottosegretario all’Istruzione, Elena Ugolini, durante un recente incontro informale: “di fronte a una volontà chiara del legislatore, ad articoli tanto espliciti della Costituzione, a una giurisprudenza così evidente – ha sottolineato il presidente Anief - era e rimane auspicabile un’azione conciliativa dell’amministrazione tesa a risolvere subito il contenzioso”. Cosa accadrà ora? Pacifico si rivolge al capo dipartimento per l’istruzione, Lucrezia Stellacci, chiedendogli “di prendere atto della decisione dei giudici e di evitare nuove condanne per risarcire spese legali o presunti danni che pesano sempre, purtroppo, nelle sole tasche dei cittadini”. Ora la “palla” passa al capo dipartimento. Che assieme al ministro Profumo dovrà decidere se fermare tutto o andare avanti con le sentenze.

Fonte: Tecnica della Scuola