contatti

La stampa scrive

L’istituto di previdenza ribadisce che “lungi dal prevedere la restituzione della contribuzione”, tutte le sentenze sulla materia e le norme in vigore “hanno confermato il permanere dell’obbligatorietà della stessa”. E ciò vale “anche per il periodo successivo al 31 dicembre 2010”. Replica dell’Anief: si arrampicano sugli specchi, pronti a depositare i ricorsi.

Si risolverà in tribunale il contenzioso avviato tra i lavoratori che hanno chiesto la restituzione di una parte delle trattenute previdenziali obbligatorie del 2.50% relative alle retribuzione contributiva utile ai fini del TFS, a seguito della illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 10, del decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, riconosciuta dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 223 dell’ 8 ottobre scorso.

Attraverso un comunicato corredato da tantissimi riferimenti normativi, emesso il 21 giugno, l’Inps ha spiegato che “lungi dal prevedere la restituzione della contribuzione”, tutte le sentenze sulla materia e le norme in vigore “hanno confermato il permanere dell’obbligatorietà della stessa”. E ciò vale “anche per il periodo successivo al 31 dicembre 2010”.

Dopo aver sottolineato che “per i dipendenti pubblici in regime di TFR non trovano applicazione né la sentenza della Corte Costituzionale n. 223/2012, né l’art. 1, commi 98-101, della legge 228/2012, in considerazione del fatto che costoro non sono mai stati riguardati dalla norma dichiarata illegittima”, dall’istituto di previdenza nazionale tengono a precisare che “a carico del personale cui spetta il TFR non può più essere trattenuto il contributo previdenziale del 2,50%”. L’Inps, dopo aver ammesso che “per assicurare l’invarianza della retribuzione netta, il legislatore ha previsto la contestuale diminuzione della retribuzione lorda di tali dipendenti in misura pari a quella della quota di contributo a carico dell’iscritto cui spetti invece il trattamento di fine servizio (IPS o buonuscita)”, ha dunque ribadito che £ una eventuale interruzione di tale diminuzione della retribuzione lorda costituirebbe violazione di precisi obblighi di legge”.

La porta chiusa dall’Inps non è gradita dall’Anief, secondo cui l’istituto previdenziale “si arrampica sugli specchi. È evidente – sostiene il sindacato autonomo - che all’INPS non hanno letto bene i modelli di diffida, perché quelli elaborati dall’Anief per il personale assunto prima del 2000 non parlano di restituzione del 2,5% di TFR ma di certificazione per il 2011 e per il 2012 del credito del 2,69%, frutto della differenza tra le due aliquote: quello del 9,60% spettante per il regime TFS e quella del 6,91% ricevuta in regime TFR”. Il problema, continua l’Anief, è che “questo credito deve confluire nel trattamento di fine servizio vista la legge 228/12, art. 1, cc. 98-99, ma ancora non è stato certificato né dal MEF né dalla stessa legge che prevede una copertura finanziaria di soli 41 milioni rispetto ai più di 3 miliardi richiesti”.

Per quanto riguarda i modelli di diffida elaborati per il personale precario e di ruolo assunto dopo il 2000 o transitato volontariamente in regime di TFR, il sindacato guidato da Marcello Pacifico richiede la restituzione del 2,5% trattenuto fino ad aprile 2013 nei cedolini dello stipendio “con la motivazione della costituzione dello stesso TFR, non tanto per l’applicazione della sentenza n. 223/12 della Corte costituzionale, di per sé chiara nel diniego di tale trattenuta, ma in virtù dello stesso art. 1, c. 3 del DPCM del 20 dicembre 1999 richiamato nel messaggio non integralmente, che prevede un recupero mai attuato”.

Se è vero, infatti, che la retribuzione lorda deve essere ridotta in misura pari al contributo previdenziale obbligatorio soppresso, tuttavia, il Governo in questi 13 anni insieme ai sindacati, non ha mai stabilito, contestualmente “un recupero in misura pari alla riduzione attraverso un corrispondente incremento figurativo ai fini previdenziali e dell'applicazione delle norme sul trattamento di fine rapporto, ad ogni fine contrattuale nonché per la determinazione della massa salariale per i contratti collettivi nazionali.”

Per l’Anief, quindi, “il Governo non può comportarsi diversamente da un’azienda privata dopo che aver privatizzato il rapporto di lavoro”. Pertanto “questo mancato recupero viola sì il principio della parità retributiva essendo la trattenuta parte di una retribuzione differita che porterebbe i neo-assunti a un trattamento peggiore rispetto agli altri lavoratori, contro la legge stessa. Pertanto, permangono tutte le motivazioni che hanno portato alla scrittura di quei modelli di diffida che possono essere richiesti da tutto il personale della scuola all’Anief ma anche dal personale del pubblico impiego alla Confedir, al fine della certificazione del credito vantato. Per l’occasione, nei ricorsi che saranno depositati non appena pubblicato in Gazzetta il nuovo regolamento sulla proroga del blocco degli scatti, sarà impugnata, per l’evidente illegittimità costituzionale, anche la norma che cancella gli incrementi retributivi riconosciuti nel 2011 e continua a bloccare gli stipendi”.

La querelle sindacale, quindi, si allarga. Soprattutto se il blocco degli scatti dovesse, come sembra, essere confermato fino a tutto il 2014.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Il 26 giugno il Coordinamento scuole Roma presidierà il Miur contro l'ipotesi di riduzione degli organici e di effetti nefasti della circolare sui BES: lo stesso giorno i sindacati maggiori si confronteranno con l’amministrazione. Intanto i Cip emettono un durissimo comunicato sulle 7mila immissioni in ruolo l’anno dalle GaE annunciate dal Ministro: un pannicello caldo per coprire le ferite profonde al corpo vivo della scuola italiana inferte, negli ultimi decenni, da un manipolo di ministri incapaci.

Non sembrerebbe un conteggio malfatto o affrettato quello della sparizione di 11mila posti di sostegno oggi in deroga in cambio di oltre 26mila futuri posti di ruolo, con tutti i benefici di sicurezza del posto di lavoro e di continuità didattica. L’operazione, che si avvarrebbe di una particolare interpretazione della normativa sui "Bisogni Educativi Speciali" e farebbe passare il numero di posti di sostegno dagli attuali 101mila (sommando organico di diritto e reale) a 90mila, è stata già stata duramente criticata dall’Anief. La quale ha chiesto alle famiglie degli alunni con problemi di apprendimento certificati di non stare con le mani in mano, ma di far valere i propri diritti avviando ricorso.

Ad alzare le voce è ora anche l’attivissimo “Coordinamento scuole Roma”, che per mercoledì 26 giugno ha organizzato un presidio di protesta davanti al Miur, con inizio alle ore 17, “per contrastare la riduzione degli organici per l'anno 2014 e contro gli effetti nefasti che prevediamo si determineranno con la circolare sui BES in tutti gli ordini di scuola e per tutte le sue componenti (insegnanti curricolari, di sostegno, alunni)”.

Il raggruppamento di lavoratori e utenti scolastici della capitale fa anche notare che “lo stesso giorno si terrà un incontro tra Ministro e sindacati sulle medesime problematiche da noi sollevate”. Un motivo in più, spiegano, “per essere ricevuti in delegazione essendo noi i principali interessati (come Coordinamenti di Insegnanti Precari e di Ruolo, studenti e genitori, personale ATA) delle trasformazioni che si verificheranno a partire dall'attuazione della circolare sui Bes”.

Il “Coordinamento scuole Roma” coglie l’occasione per ribadire la sua “netta contrarietà ad un approccio di fondo al tema dell'inclusione scolastica che, essendo realizzata sulla base di una totale mancanza di fondi, mistifica la celata volontà di ridurre drasticamente gli insegnanti di sostegno e di sovraccaricare al contempo gli insegnanti curriculari di una funzione per la quale non ricevono alcuna formazione specifica, nè tantomeno un corrispettivo per l'accresciuto carico di lavoro da svolgere”. E mentre il Miur nega di voler attuare tagli sul sostegno, è significativo il nome dato al presidio del 26 giugno: "Bufala in Carrozza".

Intanto, anche i Cip, la storica associazione nazionale nata per tutelare i diritti dei precari, emette un bellicoso comunicato come risposta “alle recenti dichiarazioni del Ministro della Pubblica Istruzione sul contingente dei ruoli per il personale docente precario della scuola e il successivo piano triennale di assunzioni”. Per l’associazione, guidata da Elena La Gioia, i ridotti numeri di assunzioni confermerebbero che “anche questo Governo non considera l’istruzione un settore strategico per il “sistema Paese” (…) tant’è che a parole la indica come funzione baricentrica da rilanciare ma, all’atto pratico, la considera semplice “partita di spesa” da contrarre, un costo da tagliare”. Le 15mila assunzioni per quest’anno e le 59mila per il prossimo quadriennio, rappresentano quindi solo un voler coprire con “un pannicello caldo le ferite profonde al corpo vivo della scuola italiana inferte, negli ultimi decenni, da un manipolo di ministri incapaci e insensibili, supini ai miopi, restrittivi e più spesso distruttivi diktat dei loro degni colleghi delle Finanze”. A tal proposito, si ricorda che oggi nelle GaE stazionano “180.000 aventi diritto, laureati, titolati, specializzati e pluriabilitati che hanno brillantemente superato pubblici concorsi, stage ed ogni altro percorso professionalmente qualificante”. L’unica strada da perseguire, per i Cip, è quindi “l'assunzione su tutti i posti disponibili dei precari in graduatoria fino al loro esaurimento e, solo dopo, l'adozione di nuovi sistemi di reclutamento”.
Mentre, concludono gli storici rappresentanti dei precari, a viale Trastevere si cambia poi politica ad ogni nuovo ministro, con “i nuovi “sapientoni” posti al vertice del dicastero di viale Trastevere, come se la scuola pubblica fosse un pugno di Lego da smontare e rimontare secondo i propri capricci e non un patrimonio comune da salvaguardare e rilanciare”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Se paragoniamo l'entusiamo che accolse il piano Fioroni (eravamo nel 2007) di 150.000 immissioni in ruolo in tre anni, all'accoglienza fredda con cui l'annuncio di un nuovo piano di immissioni in ruolo targato Carrozza per 44.000 unità, viene da chiedersi cosa sia accaduto.

Semplice: del piano Fioroni è stata rispettata solo la prima tranche (50.000), del piano Gelmini le prime due (e solo per i docenti, la terza annualità, corrispondente alle immissioni in ruolo del 2013, vedrà una possibile decurtazione di circa 7.000 unità rispetto alle 22.000 preventivate).

Negli ultimi due anni però le immissioni in ruolo (soprattutto dei docenti) sono state autorizzate, con ampi numeri. Il motivo? Non lo nega neanche il Ministro Carrozza "L'attuazione del piano ha consentito di ridurre l'entità del personale precario della scuola, con ciò rispondendo all'esigenza di allineare il sistema nazionale alle normative comunitarie concernenti i contratti a tempo determinato, materia sulla quale si è recentemente sviluppato un significativo contenzioso davanti ai giudici del lavoro"

Dunque sono stati gli stessi precari, grazie ai numerosi ricorsi ai giudici del lavoro, volti ad ottenere la trasformazione del rapporto di lavoro in tempo indeterminato, a dare una sferzata al piano di assunzioni.

Adesso, in piena riforma Fornero, che ha dimezzato i pensionamenti per il 2013, vedere il bicchiere mezzo pieno della promessa di un nuovo piano di immissioni in ruolo, attuabile "a normativa vigente, tanto per ciò che riguarda i requisiti minimi per il pensionamento, tanto per ciò che attiene alla gestione degli organici", è chiedere troppo ai precari.

I CIP (Comitati Insegnati Precari), in riferimento alle recenti dichiarazioni del Ministro della Pubblica Istruzione sul contingente dei ruoli per il personale docente precario della scuola e il successivo piano triennale di assunzioni, denunciano che attraverso tali dichiarazioni il Ministro ometta di dire che i docenti attualmente iscritti in graduatoria ad esaurimento sono 180.000. Come sarebbe possibile svuotarle con un piano di assunzioni di 7.000 unità (le immissioni riguardano al 50% le graduatorie ad esaurimento e al 50% le graduatorie del concorso).

I CIP - scrivono in un documento - ritengono che il dovere politico e la necessità funzionale della scuola impongano al governo il rilancio della qualità dell’offerta scolastica pubblica che passa attraverso
investimenti economici, strumentali ed umani, attraverso la valorizzazione della funzione docente e la continuità didattica da garantire con l'assunzione su tutti i posti disponibili dei precari in graduatoria fino al
loro esaurimento e, solo dopo, l'adozione di nuovi sistemi di reclutamento.

Già i precari riuniti a Milano avevano rimandato al mittente la proposta " 44mila immissioni in ruolo sono poche, "entreranno solo i più fortunati e il resto continuerà a fare una vita infernale", "Altro che merito e formazione - dicono - noi siamo stati già formati. Adesso è il momento di avere un lavoro".

Anche i sindacati, se da un lato plaudono all'annuncio del Ministro, dall'altro sentono la necessità di rivedere i numeri e le modalità

Per la FLC CGIL "solo una reale scelta di consolidare in organico di diritto i posti dell'organico di fatto e l'introduzione dell' organico funzionale potrebbero garantire in tempi ragionevoli l' effettivo assorbimento degli attuali precari che garantiscono il funzionamento delle scuole

Per l'Anief “Dai conteggi del nostro ufficio studi, fondati sulla base dei posti attualmente disponibili e sulle stime ufficiali dei pensionamenti, risultano infatti almeno 120 mila i posti che si renderanno disponibili tra il prossimo anno e il 2017. Il calcolo è presto fatto: all’inizio dell’attuale anno scolastico erano 80 mila i posti di docenti e Ata vacanti disponibili, a cui vanno aggiunti almeno altri 40-50 mila dipendenti della scuola che saranno collocati in pensione”.

44mila immissioni in ruolo in tre anni. Precari rimandano al mittente: "briciole"

Immissioni in ruolo: meno 7000 unità per l'a.s. 2013/14. Annunciato piano di 44.000 unità per 2014/2017

Fonte: Orizzonte Scuola

 

Interrogato dagli on. Ghizzoni e Cenni, il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria fa sapere pubblicamente che il Ministero, pur auspicando una positiva conclusione del contenzioso giudiziario, sta comunque valutando tutte le eventuali misure da adottare nei confronti dei vincitori del concorso qualora l’indirizzo assunto dal giudice di appello non dovesse essere confermato nella decisione di merito.

Edscuola.eu riporta il comunicato Anief per il quale “i rilievi mossi dai ricorrenti non sono da poco. In Campania, oggetto della prima interrogazione, il ricorso è stato incentrato su una lunga serie di motivazioni, come “l’incompatibilità di alcuni componenti della commissione giudicatrice”.

Altri ricorrenti “hanno dimostrato, altresì, che alcuni componenti della commissione erano legati ad alcuni candidati da un rapporto di stretta collaborazione in quanto risultavano essere vicari o collaboratori di un dirigente scolastico facente parte della stessa commissione”.

Seri problemi nell’organizzazione e gestione del concorso sono stati ravvisati pure in Toscana. Dove “il tribunale amministrativo regionale – si legge nell’interrogazione dell’on. Cenni – il 19 aprile 2013 ha emanato una sentenza, accogliendo i ricorsi di alcuni candidati, con cui ha annullato i risultati del suddetto bando di concorso; tra le motivazioni del Tar della Toscana: la composizione della commissione, in seguito alle dimissioni del presidente della stessa, la collegialità della valutazione degli elaborati non supporta da analoga lettura dei lavori dei candidati, ed altri vizi”.

Ora, sottolinea Anief, Marco Rossi Doria sostiene, a nome del Governo, che “le censure mosse dal TAR sulla presunta incompatibilità di alcuni componenti della Commissione esaminatrice non sono condivisibili. Nessuna delle incompatibilità sollevate rientra infatti tra le ipotesi di astensione normativamente previste, né i rilievi mossi sulle modalità di svolgimento del concorso sono tali da mettere in discussione la correttezza e imparzialità della procedura.”

Secondo Anief invece “il fatto che il Governo contempli l’ipotesi di soccombenza, predisponendo per tempo alcune soluzioni per salvaguardare il funzionamento della macchina amministrativa e delle scuole italiane, è un dato davvero indicativo. Fa capire che i rilievi mossi dall’Anief sul concorso, ormai molti mesi fa, ad iniziare dagli errori macroscopici presenti in tantissimi quiz preselettivi, avevano davvero fondatezza per essere presentati e valutati dai giudici competenti. In ogni caso, arrivati a questo punto, comunque terminino le vicende giudiziarie, il sindacato torna a chiedere al Miur di assumere il ruolo che gli compete: tutelando gli interessi di tutti i candidati. Sia dei vincitori del concorso, sia degli eventuali vincitori in tribunale”.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

Nel provvedimento che intende apportare modifiche legislative per evitare la condanna dello Stato italiano, non è affrontata la procedura d’infrazione n. 2010/2124, attivata dalla Commissione per violazione del diritto dell’Unione, vista la non corretta applicazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato con riferimento al personale a tempo determinato impiegato nella scuola pubblica.

Procedura che, nonostante l’approvazione di un’esplicita deroga prevista dalla legge 106/11, richiamata prima da una sentenza della Cassazione e poi rimessa nel gennaio scorso all’esame della Corte di Giustizia Europea dal tribunale del lavoro di Napoli - si è trasformata in atto di messa in mora complementare ai sensi dell’art. 258 del TFUE (Trattato di funzionamento dell’Unione Europea). Già durante l’esame del disegno di legge sul mercato del lavoro, la XIV Commissione della Camera, nel parere espresso il 20 giugno 2012, aveva “preso atto che, in materia di contratti a tempo determinato, la Commissione europea ha aperto due procedure di infrazione (proc. n. 2010/2045 e proc. 2010/2124), per la non corretta trasposizione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato.

In particolare, nell'ambito della procedura d'infrazione 2010/2124, la Commissione europea ritiene che la prassi italiana di impiegare personale ausiliario tecnico amministrativo nella scuola pubblica per mezzo di una successione di contratti a tempo determinato, senza misure atte a prevenirne l'abuso, non ottempera gli obblighi della clausola 5 dell'Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE; tenuto conto che, secondo informazioni raccolte dalla Rappresentanza permanente dell'Italia presso l'UE, i servizi della Commissione europea si appresterebbero a proporre l'adozione di una lettera di messa in mora complementare, poiché si riterrebbe che la successione di contratti a tempo determinato non sia più circoscritta al solo personale ausiliario tecnico-amministrativo, bensì ai diversi ruoli del personale della scuola;” Eppure, oggi, nel testo all’esame della XIV Commissione del Senato, si ritiene di dover affrontare la sola procedura 2010/2045 relativamente all’art. 13 del testo (Disposizioni in merito a rapporti di lavoro a tempo determinato) e non pure la 2010/2124 per la quale sono giunte nell’ultimo anno alla Commissione UE migliaia di denunce da parte di quei 300.000 docenti e ata italiani che da più di tre anni svolgono supplenze su posti vacanti e disponibili.

Per evitare una condanna salatissima per le casse dell’erario, tanto più pesante quanto più contrastante è stata l’azione dello Stato membro, Marcello Pacifico, presidente Anief e coordinatore Confedir per la Scuola, invita i Senatori a modificare in aula il testo, abrogando la norma derogatoria (art. 9, c. 18, legge 106/11). Sarebbe un segnale forte nei confronti di quei silenti lavoratori dello Stato che mantengono aperte le nostre scuole e un’inversione di tendenza contro una precarizzazione del rapporto di lavoro che non può garantire la qualità del servizio istruzione né la crescita professionale. Lo rende noto l'Anief.

Fonte: AgenParl

 

"Prima delle scuole autonome, dovrebbero chiudere i Comuni, meglio ridurre i costi della politica piuttosto che quelli sull'istruzione dei nostri figli". Cosi' Marcello Pacifico, presidente di Anief e delegato Confedir alla Scuola, commenta il nuovo intervento legislativo del governo sulla scuola dopo l'approvazione da parte del Cdm del provvedimento sulle semplificazioni. 

"Tenuto conto di quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.147/2012 - aggiunge -, si dettano disposizioni in materia di dimensionamento delle scuole, rimettendo ad un accordo da definire in sede di Conferenza Unificata l'individuazione di un parametro che consenta di determinare il contingente dei dirigenti scolastici da assegnare a ciascuna Regione".
Per l'Anief la presenza della direzione scolastica e amministrativa non puo' essere considerata come irrilevante ai fini dell'erogazione del servizio scolastico.

L'Anief lamenta come "dopo la sentenza n. 147/11 che ha ribadito la materia concorrente Stato-Regioni sui criteri legati al dimensionamento scolastico da declinare sul territorio tenuto conto delle esigenze dell'utenza, il Governo approva una norma che rimanda alla Conferenza unificata la sede dove individuare nuovi criteri, comunque, in linea con i risparmi ottenuti dai tagli gia' effettuati. E l'unico criterio finora trovato e' quello gia' proposto nei mesi scorsi di innalzare a 900 alunni la soglia per ogni ordine di scuola cosi' da garantire la quota di 8.900 scuole autonome rispetto alle 10.000 precedenti. Le conseguenze non riguardano soltanto il personale con il blocco dei concorsi per i direttori amministrativi, l'assenza di posti per i vincitori del concorso per dirigente scolastico, la riduzione di posti ATA, ma anche le famiglie, specialmente nelle scuole situate in comunita' montane, isolane con seri problemi di collegamento o in quartieri difficili o zone periferiche dove la scuola autonoma costituisce spesso l'unica presenza dello Stato".

Fonte: Italpress

 

Nel provvedimento che intende apportare modifiche legislative per evitare la condanna dello Stato italiano, non e' affrontata la procedura d'infrazione attivata dalla Commissione per violazione del diritto dell'Unione, vista la non corretta applicazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato con riferimento al personale a tempo determinato impiegato nella scuola pubblica.

Lo rende noto l'Anief, aggiungendo che si tratta di una procedura che, nonostante l'approvazione di un'esplicita deroga prevista dalla legge 106/11, richiamata prima da una sentenza della Cassazione e poi rimessa nel gennaio scorso all'esame della Corte di Giustizia Europea dal tribunale del lavoro di Napoli - si e' trasformata in atto di messa in mora complementare ai sensi dell'art. 258 del TFUE (Trattato di funzionamento dell'Unione Europea).

Per evitare una condanna salatissima per le casse dell'erario, tanto piu' pesante quanto piu' contrastante e' stata l'azione dello Stato membro, Marcello Pacifico, presidente Anief e coordinatore Confedir per la Scuola, invita i senatori a modificare in aula il testo, abrogando la norma derogatoria (art. 9, c. 18, legge 106/11). "Sarebbe un segnale forte nei confronti di quei silenti lavoratori dello Stato che mantengono aperte le nostre scuole e un'inversione di tendenza contro una precarizzazione del rapporto di lavoro che non puo' garantire la qualita' del servizio istruzione ne' la crescita professionale".

Fonte: Italpress

 

Cambiano i termini al centro della questione riguardante circa 3.500 dipendenti della scuola costretti a rimanere in servizio a seguito della riforma Fornero sulle pensioni: alla Camera, infatti, - sottolinea l'Anief - l'avvio della discussione di alcuni progetti di legge analoghi (uno con Manuela Ghizzoni del Pd primo firmatario e l'altro con Maria Marzana del M5S), ha spostato l'attenzione dai limiti insiti all'eta' anagrafica (almeno 61 anni) o del numero di anni di contributi minimi (35), alla ricerca del contesto da individuare per finanziare l'operazione.

La novita' e' quindi che le discussioni avviate a Montecitorio non sono piu' sulla pertinenza della deroga a favore dei dipendenti scolastici, evidentemente superata. Ma su quale contesto (pubblico o privato) andrebbe tassato.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri, "e' evidente che, al di la' del mezzo per arrivarci, sembra ormai primeggiare la volonta' di trovare una soluzione condivisa, prima che la Corte Costituzionale si esprima sul caso a novembre. Solo nella scuola, dove anche un bambino capirebbe i motivi per cui i conteggi vanno fatti per anno scolastico e non solare, e' accaduto che il personale abbia iniziato a lavorare a settembre sicuro di andare in pensione per poi sapere che le norme erano cambiate in itinere.

Su questa incredibile 'dimenticanza' da parte del legislatore abbiamo impostato i nostri contenziosi. I quali - conclude Pacifico - qualora arrivasse la deroga per i dipendenti della scuola saremmo ben contenti di ritirare".

Fonte: Italpress

 

Il Ministero dell’Istruzione si appresta a varare una piccola rivoluzione in materia di studenti con bisogni educativi speciali. Le novità dovevano riguardare l’anno scolasto 2014/2015, ma sembra proprio che le amministrazioni competenti per territorio siano già in movimento per anticipare le nuove regole al prossimo settembre. Il ministro Carrozza infatti ha ripreso in mano la direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 che fornisce le indicazioni operative e gli strumenti d’intervento per gli alunni con Bes (bisogni educativi speciali). Ma se l’annunciata riforma promette una razionalizzazione, di razionale sembra in concreto avere ben poco.

La conseguenza immediata sarà infatti la perdita del posto di lavoro per ben 11 mila insegnanti precari specializzati nel sostegno. Un alto prezzo da pagare per far sì che 26 mila cattedre siano trasformate in organico di diritto, passando quindi ai posti di ruolo. Il potenziamento del sistema dei Bes servirebbe quindi proprio a ridurre il fabbisogno di docenti di sostegno. Attraverso questa normativa il numero dei posti di sostegno passerebbe dagli attuali 101 mila, tra organico di diritto e organico reale, a novantamila. Un baratto, questo, che ha già messo in allarme i sindacati di settore che accusano il Ministero di procedere a un’operazione illegittima senza neanche aprire un dibattito pubblico su scelte che implicano tagli di tale gravità.

Le conseguenze
Qualora la direttiva venisse applicata, gli insegnanti di sostegno specializzati, vale a dire quelli che hanno seguito i corsi mirati a queste peculiari necessità didattiche, sarebbero assegnati esclusivamente agli alunni portatori di disabilità certificate come “gravi”. La normativa attualmente in vigore, al contrario, lascia l’ultima parola alla decisione dell’equipe medica, a quella psicopedagogica e in ultimo ai gruppi di lavoro scolastico (come Gliss e Glh).
Il rischio è che quindi, con il nuovo ordine, gli alunni con disabilità considerate “lievi” ma certificate dall’autorità sanitaria, rimangano privi di aiuto. I ragazzi con problemi di apprendimento non ritenuti gravi (ma certificati) sarebbero affidati agli insegnanti curricolari non specializzati. che si troverebbero a doverli gestire insieme agli altri numerosi alunni della classe.
Non bisogna trascurare che la riduzione delle cattedre negli ultimi anni ha comportato l’accorpamento delle classi cosiddette “pollaio”, composte da oltre trenta alunni, che includono anche i ragazzi con necessità di sostegno.
La manovra di cui si discute andrebbe quindi a scapito della qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento degli alunni stessi.

I numeri
Fino al 2006 l’organico dei posti di sostegno era fissato in 48.693 unità. Con la Finanziaria del 2007 si è provveduto a un incremento di circa 15.000 cattedre. Allo stato attuale, a fronte di 63.348 posti in organico di diritto, risultano attivati 101 mila posti in conseguenza da una parte, della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che poneva un limite per le cattedre in deroga, e in secondo luogo in ragione dell’aumento, pari a diciottomila unità negli ultimi sei anni, degli alunni che necessitano il sostegno. Attualmente, quindi, in considerazione della normativa vigente, il rapporto medio nazionale tra alunni e docenti di sostegno è di uno a due. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Ministero, quindi, difficilmente i tagli potranno colpire un numero di cattedre che porti a un livello al di sotto delle 90.000 unità.
L’azione annunciata dal Ministero prevede di procedere in parallelo con lo sviluppo del sistema previsto dalla direttiva del dicembre 2012 per migliorare l’azione a favore del sostegno alle disabilità e alla fragilità degli studenti a scuola, i cosiddetti bisogni educativi speciali, implementando una rete di supporto su base territoriale e la formazione specifica per i docenti e la realizzazione di piani didattici ed educativi personalizzati.

Le mobilitazioni
Ma quanto stabilito nei programmi ministeriali non è accolto con favore dai sindacati di settore, che promettono di dare battaglia per quegli 11 mila posti, un prezzo troppo caro da pagare in cambio delle immissioni a ruolo promesse dal Ministero. L’Anief spiega che una riforma in tal senso avrebbe nel sistema scolastico un impatto drammatico, e che il primo inevitabile passo per difendere il diritto degli insegnanti a rischio sarà quello di presentare un ricorso al Tar. Ma la nuova disciplina non rimarrà impermeabile alle rivendicazioni dei genitori, già molto preoccupati, degli alunni che hanno diritto secondo la legge vigente di accesso al sostegno. Sarà loro premura impugnare il provvedimento per ottenere che ai loro figli non sia negata la necessaria assistenza allo studio. All’inizio del nuovo anno scolastico manca ancora molto tempo, ma le famiglie sono pronte a prendere le contromisure per evitare che la perdita di questo diritto fondamentale per la crescita e l’integrazione dei ragazzi si concretizzi.

Un flop annunciato
Queste novità si annunciano fallimentari, e per di più costose. Basti pensare che per provvedere ad una formazione adeguata e obbligatoria degli insegnanti curriculari, in modo tale da renderli idonei alla gestione degli alunni con bisogni educativi speciali, l’Istruzione andrebbe incontro a costi enormi, che non giustificherebbero quindi in alcun modo i tagli al personale specializzato

Fonte: La Notizia - Giornale.it 

"Chi decide oggi di fare l'insegnante deve avere le spalle larghe ed essere allenato a scalare le montagne. Se si eccettuano i circa 11 mila candidati che riusciranno a vincere il concorso a cattedra, peraltro ancora in pieno svolgimento e a rischio slittamento a causa della mancanza dei commissari sottopagati e costretti a rinunciare alle ferie, per tutti gli altri candidati ad una cattedra d'insegnamento nella scuola italiana il Governo non sembra volersi discostare da quelli che lo hanno preceduto: sul reclutamento nella scuola si continua ad andare avanti con un assetto organizzativo che negli ultimi anni ha portato il precariato agli attuali livelli record, con oltre 250 mila docenti e quasi 100 mila Ata". Lo sostiene l'Anief.

"Invece di assumere annualmente su tutti i posti vacanti e favorire l'accesso al ruolo alle nuove generazioni di aspiranti docenti, si continua a mantenere precari decine di migliaia di supplenti senza piu' dare loro possibilita' di essere assunti a titolo definitivo", continua l'Anief.

"Vale per tutti - sottolinea ancora l'Anief - quanto sta accadendo con i primi tirocini formativi organizzati dal Miur, che entro qualche settimana volgeranno al termine: circa 22 mila aspiranti docenti conseguiranno un'abilitazione 'zoppa', poiche' delle norme astruse (introdotte nel dicembre 2006 , con le legge 296) non gli permetteranno di inserirsi nelle graduatorie permanenti, da qualche anno ribattezzate "ad esaurimento" (unico canale di assunzione, per il 50% dei posti vacanti, destinato al personale abilitato attraverso i corsi universitari). E lo stesso vale per i quasi 100 mila precari che dovrebbero, a breve, partecipare ai Tfa speciali, riservati a coloro che hanno conseguito negli ultimi 12 anni almeno tre supplenze annuali di cui almeno una nella disciplina prescelta".

Fonte: Italpress

 

"Le Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro della Camera dei deputati hanno espresso parere favorevole all'ulteriore blocco dei contratti e delle retribuzioni dei dipendenti pubblici sino alla fine del 2014".

Secondo Anief-Confedir "si tratta di una proroga che viola, come richiamato dagli stessi deputati, il suo "carattere del tutto eccezionale e provvisorio". Per il sindacato dei dirigenti si tratta di un'indicazione incoerente, poiche' gli stessi componenti delle Commissioni rilevano come "le esigenze connesse agli obiettivi di bilancio devono in ogni caso essere perseguite con criteri di proporzionalita' e ragionevolezza e nel rispetto del principio di eguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione e conformemente agli altri valori tutelati dalla Costituzione". Inoltre, sempre le stesse Commissioni parlamentari ricordano che "l'articolo 36 della Costituzione attribuisce al lavoratore 'il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantita' e qualita' del suo lavoro' e che e' legittimo che i lavoratori abbiano adeguamenti contrattuali correlati all'andamento dell'inflazione".

Prorogare, quindi, ulteriormente il blocco degli stipendi a dipendenti il cui potere di acquisto e' fermo a 20-25 anni fa diventa particolarmente grave. "Per quanto riguarda la scuola - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri - la gravita' del blocco e' ancora piu' forte, perche' sconfessa il pagamento degli scatti gia' disposto grazie ai tagli disposti sul fondo destinato alle scuole relativo al miglioramento dell'offerta formativa".

"Infine e' inutile rinnovare il contratto solo da un punto di vista normativo, quando con la privatizzazione del rapporto di lavoro del pubblico impiego, su cui punta il Governo, diventa rilevante la definizione dell'aspetto economico ai fini delle progressioni di carriera e dell'adeguamento degli stipendi al caro vita", conclude il sindacalista Anief-Confedir.

Il sindacato preannuncia, quindi, che se il Governo - cui spetta la decisione finale sul blocco dei contratti - dovesse emanare il provvedimento di proroga, proseguira' l'iter dei ricorsi al tribunale del lavoro, al fine di ottenere nel prossimo mese di novembre la declaratoria di incostituzionalita'.

Fonte: Italpress

 

Il TFA è un percorso nuovo, ma che riprende il percorso delle SISS, quindi, come per le scuole di specializzazione anche per i TFA bisogna garantire accesso alle GaE. Stesso obiettivo per quei diplomati AFAM e laureati in Scienze della Formazione Primaria inseriti in IV fascia. Per il TFA speciale chiesto l'abolizione del test di ingresso.

 

Diventare insegnanti diventa un’impresa: nemmeno l’abilitazione basta più per entrare in ruolo

Pacifico (Anief-Confedir): ma il titolo conseguito al termine dei Tfa non è carta straccia, prima di pensare all’ennesima nuova fase di reclutamento il Governo lo faccia valere per l’accesso nelle GaE Chi decide oggi di fare l’insegnante deve avere le spalle larghe ed essere allenato a scalare le montagne. Se si eccettuano i circa 11mila candidati che riusciranno a vincere il concorso a cattedra, peraltro ancora in pieno svolgimento e a rischio slittamento a causa della mancanza dei commissari sottopagati e costretti a rinunciare alle ferie, per tutti gli altri candidati ad una cattedra d’insegnamento nella scuola italiana il Governo non sembra volersi discostare da quelli che lo hanno preceduto: sul reclutamento nella scuola si continua ad andare avanti con un assetto organizzativo che negli ultimi anni ha portato il precariato agli attuali livelli record, con oltre 250 mila docenti e quasi 100 mila Ata.

Invece di assumere annualmente su tutti i posti vacanti e favorire l’accesso al ruolo alle nuove generazioni di aspiranti docenti, si continua a mantenere precari decine di migliaia di supplenti senza più dare loro possibilità di essere assunti a titolo definitivo. Vale per tutti quanto sta accadendo con i primi tirocini formativi organizzati dal Miur, che entro qualche settimana volgeranno al termine: circa 22 mila aspiranti docenti conseguiranno un’abilitazione “zoppa”, poiché delle norme astruse (introdotte nel dicembre 2006 , con le legge 296) non gli permetteranno di inserirsi nelle graduatorie permanenti, da qualche anno ribattezzate “ad esaurimento” (unico canale di assunzione, per il 50% dei posti vacanti, destinato al personale abilitato attraverso i corsi universitari). E lo stesso vale per i quasi 100 mila precari che dovrebbero, a breve, partecipare ai Tfa speciali, riservati a coloro che hanno conseguito negli ultimi 12 anni almeno tre supplenze annuali di cui almeno una nella disciplina prescelta.

Ora, anziché risolvere questa contraddizione, apprendiamo con stupore che anche i Tfa, da cui si sarebbe dovuti ripartire per creare le regole innovative sulla selezione e qualificazione dei nuovi insegnanti della scuola, potrebbero essere stravolti: il sottosegretario all’Istruzione, Marco Rossi Doria, ha infatti dichiarato che "nelle linee programmatiche del signor Ministro è prevista una complessiva riflessione sulla formazione iniziale e sul reclutamento del personale scolastico nel corso della quale saranno elaborate le iniziative più opportune per risolvere gli inconvenienti che dovessero emergere dall'attivazione del nuovo sistema di formazione iniziale".

“Il problema - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri – è che prima di rivedere il reclutamento e puntare su altri generi di corsi di formazione all’insegnamento, il Governo farebbe bene a inserire nelle graduatorie tutti gli abilitati e coloro che si abiliteranno attraverso i Tfa. Le abilitazioni non sono pezzi di carta insignificanti, conseguite solo per acquisire punteggi e referenze, ma corrispondono a certificazione delle competenze maturate quasi sempre da giovani docenti al termine di una dura selezione e formazione”. Il problema è che il nuovo Regolamento sul Tfa (che modifica il Decreto 249/2010) introduce - senza averlo sottoposto alle Commissioni parlamentari di competenza - uno specifico comma che prevede il divieto espresso di inserimento nelle GaE. Ma non esistono abilitazioni di serie A e di serie B. “Fa davvero pensare – continua il sindacalista Anief-Confedir – che i partecipanti ai primi Tfa verranno collocati in una graduatoria fuori fascia che non avrà valenza ai fini dell’assunzione in ruolo.

Mentre tutti i corsi abilitanti attivati dal 1999 ad oggi hanno sempre consentito l’inserimento nella terza fascia delle GaE. Ora il Governo deve decidere: meritano di essere assunti o si deve dire loro che l’abilitazione acquisita non serve a nulla e verranno lasciati fuori dalla scuola a tempo indeterminato?”. Il riconoscimento dell’abilitazione per la sola II fascia delle Graduatorie d’Istituto è illegittimo e ridicolo, né l’ipotesi di nuovi concorsi può portare speranza visto che sembrano mancare addirittura i posti del concorso a cattedra attualmente in corso.

Fonte: Orizzonte Scuola

 

Dopo settimane di apparente apertura verso una manovra tesa a riequilibrare le rigidita' del nuovo sistema pensionistico, per permettere l'uscita dal lavoro anticipata anche al personale della scuola, il governo non adottera' alcuna deroga per docenti e Ata.

Lo sottolinea l'Anief, secondo cui questa scelta e' "ingiusta, perche' non tiene conto del logoramento professionale e dell'alta percentuale di casi di burnout tra i lavoratori della scuola. Per i dipendenti che operano nei settori sicurezza, difesa e soccorso pubblico, continua dunque ad essere valida la soglia corrispondente a 'quota 92', derivante dalla somma dell'eta' anagrafica e contributiva. Mentre per quelli della scuola non c'e' verso per far accettare la 'quota 96', che avrebbe spalancato le porte della pensione ai circa 3.500 che nel settembre del 2011 avevano iniziato l'anno scolastico sicuri di andare in pensione".

Il sindacato "non ha nulla da eccepire sulla volonta' del Governo di mantenere in essere tali agevolazioni, sicuramente legate a professioni fortemente logoranti. Per quale motivo, pero' si ostina a negare ai dipendenti della scuola di lasciare il servizio mediamente dieci anni dopo questi colleghi?".

L'Anief ricorda, inoltre, che nella scuola "i docenti con oltre 20-25 anni di anzianita' potrebbero anche non necessariamente essere collocati in pensione, ma anche rimanere in servizi come tutor-formatori degli ultimi assunti. Non gravando, in tal modo, sulla previdenza e aprendo le porte alla staffetta generazionale".

A questo punto, il sindacato confida nella decisione che il prossimo 17 novembre prendera' la Corte Costituzionale, proprio sulla legittimita' dello stop alla pensione per i cosiddetti "quota 96" della scuola.

Fonte: Italpress

 

Dopo la "grande fuga" dei commissari esaminatori del concorso a cattedra, gli uffici scolastici regionali cominciano ad arrendersi all'evidenza: sarà impossibile correggere i compiti scritti, svolgere gli orali e pubblicare le graduatorie definitive degli 11.542 vincitori entro il prossimo 31 agosto.

Lo denuncia l'Anief. Ricordando che qualche settimana fa l'Ufficio scolastico regionale della Sicilia aveva lasciato intendere che la conclusione delle operazioni del concorso sarebbe stata posticipata a settembre, forse anche a ottobre, l'associazione sottolinea che nelle ultime ore è stata emanata una comunicazione ufficiale dall'ufficio scolastico del Piemonte, il quale ha reso noto che "a seguito della difficoltà riscontrata da questo ufficio scolastico regionale nel reperire i componenti da aggregare alle commissioni giudicatrici che, nelle prove orali, devono procedere all'accertamento delle conoscenze informatiche e delle lingue straniere, le prove orali per le procedure concorsuali per la scuola primaria e per la scuola dell'infanzia sono rinviate successivamente al periodo estivo".

Sulla stessa linea - informa l'Anief - l'Usr della Toscana. "Quindi, risultano smentite dai fatti - osserva l'Anief - le previsioni del Miur che indicavano per certa l'assunzione della metà del contingente di vincitori del concorso a cattedra già a partire dal prossimo 1 settembre. Il nostro sindacato ha messo in luce da tempo i tanti fattori (ad iniziare dai compensi irrisori, un forfait di poco più di 200 euro lordi a cui aggiungere 50 centesimi a compito corretto o interrogazione svolta, per non parlare del mancato esonero dalle lezioni e dalla maturità) sottovalutati dal Ministero dell'Istruzione, alla base del clamoroso slittamento dei tempi".

"A rendere paradossale la situazione - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief - è il fatto che oltre ai compensi ridicoli e i mancati esoneri si chiede a questi esaminatori di perdere il loro diritto alle ferie estive costituzionalmente protetto. Non servivano dei maghi per capire che tanti commissari avrebbero rinunciato all'incarico. E che tanti altri lo faranno nei prossimi giorni. Non bisogna poi dimenticare - continua il sindacalista - che nel frattempo in alcune regioni i posti disponibili per le assunzioni potrebbero non esservi, visto il mancato turn over dovuto all'inasprimento dei requisiti richiesti per andare in pensione. Purtroppo siamo di fronte a un dato incontrovertibile: un concorso a cattedre mastodontico, con uno altissimo numero di partecipanti, è ormai sempre più contraddistinto dal caos organizzativo e dalle incertezze crescenti".

Fonte: ANSA

 

Dopo la grande fuga dei commissari esaminatori del concorso a cattedra, gli uffici scolastici regionali cominciano ad arrendersi all'evidenza: sara' impossibile correggere i compiti scritti, svolgere gli orali e pubblicare le graduatorie definitive degli 11.542 vincitori entro il prossimo 31 agosto.

Lo sottolinea l'Anief, secondo cui risultano smentite dai fatti le previsioni del Miur che indicavano per certa l'assunzione della meta' del contingente di vincitori del concorso a cattedra gia' a partire dal prossimo 1 settembre.

"A rendere paradossale la situazione - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri - e' il fatto che oltre ai compensi ridicoli e i mancati esoneri si chiede a questi esaminatori di perdere il loro diritto alle ferie estive costituzionalmente protetto. Non servivano dei maghi per capire che tanti commissari avrebbero rinunciato all'incarico. E che tanti altri lo faranno nei prossimi giorni. Non bisogna poi dimenticare - continua - che nel frattempo in alcune regioni i posti disponibili per le assunzioni potrebbero non esservi, visto il mancato turn over dovuto all'inasprimento dei requisiti richiesti per andare in pensione. Purtroppo siamo di fronte a un dato incontrovertibile - conclude Pacifico -: un concorso a cattedre mastodontico, con uno altissimo numero di partecipanti, e' ormai sempre piu' contraddistinto dal caos organizzativo e dalle incertezze crescenti".

Fonte: Italpress

 

L'impegno del Ministero alla monetizzazione delle ferie non godute nell'a.s. 2012/13 va sicuramente nella giusta direzione di riconoscimento dei diritti dei docenti supplenti, ma bisogna aggiungere che di recente la Corte di Cassazione ha reputato illegittimo applicare qualsiasi forma di aliquota sulle ferie non godute, a partire da quella canonica del 23%.

Ferie non godute a.s.2012/13. Assicurato il pagamento, il modello per la richiesta

Secondo i giudici il pagamento delle ferie non godute non corrisponde ad una prestazione lavorativa, ma ha carattere risarcitorio. Il personale della scuola - ricordiamolo - non ha potuto godere delle ferie perchè impossibilitato da esigenze di servizio.

La strada da intraprendere è la presentazione di un'istanza di rimborso motivata all'ufficio delle entrate e, dato l'ovvio diniego, l'impugnazione avanti la Commissione tributaria competente.

Vi proponiamo due articoli sull'argomento

Le ferie del personale precario non possono essere tassate

Compenso sostitutivo, ora la vendetta fiscale

Fonte: Orizzonte Scuola

 

"Il ministro dell'Istruzione deve essere stato informato male: non e' possibile utilizzare la nuova normativa sui 'Bisogni Educativi Speciali' per ridurre da 101 mila a 90 mila le cattedre di sostegno, operando un taglio di 11 mila docenti. Affidare un ragazzo con problemi di apprendimento, seppure non gravi, ad un insegnante non specializzato comporta infatti un'operazione illegittima, che i genitori possono facilmente impugnare per far avere ai propri figli l'adeguata assistenza allo studio".

Cosi' Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri, commenta le intenzioni espresse dal ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, di adottare l'ultima direttiva ministeriale in materia di sostegno alla disabilita' e fragilita' degli studenti.

"Se il Miur attuera' una riduzione di diverse migliaia di cattedra di sostegno – afferma Pacifico - il nostro sindacato ricorrera' sicuramente al Tar: in base alla normativa in vigore, infatti, gli insegnanti curricolari possono affrontare solo i bisogni educativi speciali che non sono stati certificati dalle autorita' sanitarie. Non si puo', inoltre, barattare l'aumento dell'organico di diritto con la riduzione dell'organico complessivo. L'organico di diritto - conclude - dovrebbe corrispondere infatti agli oltre 100mila attuali posti e questo garantirebbe di mantenere in vita il rapporto di un docente ogni due alunni con disabilita' previsto dalla legge".

Fonte: Italpress

 

Il ministro dell'Istruzione è "pronta a tagliare 11 mila docenti di sostegno, ma i diritti dei disabili non si possono barattare". Lo denuncia l'Anief annunciando di essere pronta a ricorrere al Tar.

"Il ministro dell'Istruzione deve essere stato informato male: non è possibile utilizzare la nuova normativa sui 'Bisogni Educativi Speciali' per ridurre da 101 mila a 90 mila le cattedre di sostegno, operando un taglio di 11 mila docenti. Affidare un ragazzo con problemi di apprendimento, seppure non gravi, a un insegnante non specializzato comporta infatti - spiega il presidente dell'associazione Marcello Pacifico - un'operazione illegittima, che i genitori possono facilmente impugnare per far avere ai propri figli l'adeguata assistenza allo studio". "Se il Miur attuerà una riduzione di diverse migliaia di cattedra di sostegno - avverte Pacifico - il nostro sindacato ricorrerà sicuramente al Tar: in base alla normativa in vigore, infatti, gli insegnanti curricolari possono affrontare solo i bisogni educativi speciali che non sono stati certificati dalle autorità sanitarie. Non si può, inoltre, barattare l'aumento dell'organico di diritto con la riduzione dell'organico complessivo. L'organico di diritto dovrebbe corrispondere infatti agli oltre 100mila attuali posti e questo garantirebbe di mantenere in vita il rapporto di un docente ogni due alunni con disabilità previsto dalla legge".

Per l'Anief è "inconcepibile l'idea del Miur di concedere l'immissione in ruolo di una parte di questi docenti chiedendo la sparizione di una parte di loro. E tirare in ballo la circolare del 27 dicembre 2012 per giustificare la mancata assegnazione di un docente specializzato nel sostegno a un alunno con problemi di apprendimento non ha assolutamente senso: l'assegnazione di adeguato supporto ai disabili, compresa l'entità delle ore di sostegno - osserva - è un impegno formale che va necessariamente affidata ad un insegnante formato per questo scopo. E a sostenerlo non è l'Anief, ma le leggi che si sono susseguite negli anni. A partire dalla L. 104/1994 e della L. 296/2006, oltre che da varie sentenze, come quelle dalla Corte Costituzionale n. 80 del 2010, secondo cui i bisogni speciali debitamente certificati non possono essere delegati agli insegnanti delle materie curricolari".

Fonte: ANSA

 

"Anief lo aveva detto in tempi non sospetti: il modello voluto dall'ex ministro Profumo avrebbe comportato una chiara lesione ai diritti dei neo-diplomati". E' quanto si legge in una nota dell'Anief.

Il presidente Anief, Marcello Pacifico, "indica la strada da percorrere: cancellare il decreto n. 21/2008, abolire il numero chiuso, potenziare l'orientamento, introdurre monitoraggi periodici, elevare l'obbligo formativo sino alla fine della scuola superiore. Oggi le nuove modalita' cervellotiche introdotte all'ultimo momento dall'ex ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, per selezionare i candidati ai corsi universitari a numero chiuso sono state sapientemente stoppate dal nuovo ministro Maria Chiara Carrozza. La quale, oltre ad aver ristabilito le canoniche date di inizio settembre, sarebbe anche in procinto di firmare un nuovo decreto sulle modalita' delle prove di ammissione ai corsi di laurea ad accesso programmato nazionale per l'a.a. 2013/14. Ancora una volta aveva ragione l'Anief, che in tempi non sospetti si era subito espressa contro "un'operazione destinata a realizzare l'obiettivo opposto a quel che ci chiede l'Unione Europea, ovvero elevare il prima possibile il numero di studenti che raggiungono un alto titolo di studio".

Il giovane sindacato ritiene che con la decisione presa oggi dal ministro Carrozza, si evita finalmente di discriminare gli studenti dell'ultimo anno della scuola superiore: introdurre un test immediatamente dopo la conclusione degli Esami di Stato, senza permettere loro di prepararsi adeguatamente alla selezione, avrebbe rappresentato una chiara lesione al diritto allo studio costituzionalmente garantito".

"Se pero' ora il ministro vuole completare la sua lodevole iniziativa avviata oggi - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri – dovrebbe anche rivedere il decreto 'madre', il n. 21 del 2008, che ha introdotto il bonus da assegnare solo agli studenti che conseguono un elevato punteggio alla maturita': si tratta di un'operazione chiaramente discriminatoria perche' non tiene conto delle particolarita' dei vari corsi, oltre che del tessuto sociale e familiare dove sono collocati".

"Per superare del tutto questa condizione, che ci continua a tenere lontani dai migliori modelli formativi terziari europei - conclude Pacifico - , Anief torna a chiedere l'abolizione del numero chiuso. E nel contempo l'avvio di veri percorsi di orientamento per tutte le classi terminali delle scuole superiori, affidandoli a studenti-senior e ricercatori esperti che operino come tutor, assieme a dei monitoraggi periodici per l'accesso ai corsi universitari”.

Fonte: Italpress

 

"Nel pubblico impiego c'e' una categoria professionale che piu' delle altre ha motivo di lamentarsi per avere a fine mese delle buste paga sempre piu' modeste: sono gli insegnanti e il personale del Miur, i quali nel 2012 hanno percepito mediamente 39.436 euro, contro i 43.533 dei colleghi del ministero del Lavoro, i 48.296 di quelli del ministero delle Politiche agricole e i 57.799 euro del ministero della Salute.

La 'classifica' e' stata realizzata dalla Ragioneria generale dello Stato, che ha anche rilevato una riduzione complessiva per la spesa dei dipendenti pubblici del 2,21%".

"I risparmi di spesa, piuttosto che essere indirizzati sui costi della politica, sulle consulenze e sugli strumenti che forniscono i servizi – sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri - si abbattono orami sistematicamente per una precisa scelta dei governanti sugli stipendi del personale del pubblico impiego. Che, infatti, dal 2010 sono stati bloccati. Ma i veri 'agnelli sacrificali' sono gli insegnanti ed il personale non docente della scuola, a cui la legge ha sottratto gli scatti automatici, i quali corrispondono alla loro unica strada per accedere a degli incentivi legati alla carriera".

Fonte: Italpress

 

Nel pubblico impiego c'è una categoria professionale che più delle altre ha motivo di lamentarsi per avere a fine mese delle buste paga sempre più modeste: sono gli insegnanti e il personale del Miur, i quali nel 2012 hanno percepito mediamente 39.436 euro, contro i 43.533 dei colleghi del ministero del Lavoro, i 48.296 di quelli del ministero delle Politiche agricole e i 57.799 euro del ministero della Salute.

La "classifica" è stata realizzata dalla Ragioneria generale dello Stato - e riportata dall'Anief, Associazione professionale sindacale - che ha anche rilevato una riduzione complessiva per la spesa dei dipendenti pubblici del 2,21%. "I risparmi di spesa, piuttosto che essere indirizzati sui costi della politica, sulle consulenze e sugli strumenti che forniscono i servizi - sostiene Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri - si abbattono orami sistematicamente per una precisa scelta dei governanti sugli stipendi del personale del pubblico impiego. Che, infatti, dal 2010 sono stati bloccati. Ma i veri 'agnelli sacrificali' sono gli insegnanti ed il personale non docente della scuola, a cui la legge ha sottratto gli scatti automatici, i quali corrispondono alla loro unica strada per accedere a degli incentivi legati alla carriera".

Fonte: ANSA

 

Le immissioni in ruolo che andrebbero attuate entro il 2017 sono 130 mila e non 44 mila. Lo afferma l'Anief che apprezza comunque il nuovo piano triennale di assunzioni 2014-2017 annunciato ieri dal ministro Carrozza presentando le linee programmatiche del suo dicastero.

"Il nostro sindacato - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief - ritiene il dato fornito fortemente sottostimato, poiché in realtà sono 120 mila i posti che si renderanno disponibili tra il prossimo anno e il 2017. Il calcolo è presto fatto: all'inizio dell'attuale anno scolastico erano, infatti, ben 80 mila i posti di docenti e Ata vacanti disponibili su posti vacanti, a cui vanno aggiunti almeno altri 40-50 mila dipendenti della scuola che saranno collocati in pensione. Solo in questo modo, coprendo tutti i posti vacanti, l'amministrazione potrà evitare ulteriori contenziosi che ormai sempre più frequentemente la condannano a rimborsare i precari per i danni economici e morali loro arrecati a seguito delle mancate assunzioni".

Anief ritiene fattibile anche il piano di revisione della carriera per gli insegnanti al quale suggerisce di accompagnare il ripristino degli scatti sinora bloccati e l'adeguamento degli stipendi all'attuale costo della vita. "Anche a livello internazionale il confronto non regge, visto che l'Ocde ci ha fatto sapere di recente che un docente, che opera nell'area dei Paesi che vi aderiscono, a fine carriera arriva a guadagnare - osserva Pacifico - sino a 8mila euro l'anno in più di quanto percepisce un insegnante italiano nella stessa condizione". D'accordo anche con l'intenzione del ministro di semplificare e disboscare la giungla normativa attualmente esistente.

Fonte: ANSA

 

Anief non puo' che "apprezzare" le intenzioni pronunciate oggi dal ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, durante la presentazione delle linee programmatiche del suo dicastero alle commissioni Istruzioni e Cultura di Camera e Senato.

Il sindacato si dice d'accordo con il ministro quando dice che e' "opportuno varare un nuovo piano triennale di assunzioni per il 2014-17", ma dissente quando sostiene che nello stesso triennio "e' previsto un turn-over complessivo di 44.000 unita'".

Per Marcello Pacifico, presidente Anief, "il nostro sindacato ritiene questo dato fortemente sottostimato, poiche' in realta' sono 120mila i posti che si renderanno disponibili tra il prossimo anno e il 2017. Il calcolo e' presto fatto: all'inizio dell'attuale anno scolastico erano, infatti, ben 80mila i posti di docenti e Ata vacanti e disponibili, a cui vanno aggiunti almeno altri 40-50 mila dipendenti della scuola che saranno collocati in pensione. Solo in questo modo, coprendo tutti i posti vacanti, l'amministrazione potra' evitare ulteriori contenziosi che ormai sempre piu' frequentemente la condannano a rimborsare i precari per i danni economici e morali loro arrecati a seguito delle mancate assunzioni".

Anief ritiene fattibile anche il piano di revisione della carriera per gli insegnanti, sempre annunciato dal ministro Carrozza, ma reputa indispensabile accompagnare tale operazione con il ripristino degli scatti sinora bloccati e con l'adeguamento degli stipendi all'attuale costo della vita.

"E' davvero grave che si continui a parlare di valorizzazione dei docenti e degli operatori scolastici - continua il presidente Anief - mentre le loro buste paga rimangono, secondo l'Istat, al potere di acquisto di 20 anni fa. Oggi lavorare per la scuola, tanto per capirci, significa essere collocati tra la parte della popolazione piu' povera. E anche a livello internazionale il confronto non regge, visto che l'Ocde ci ha fatto sapere di recente che un docente, che opera nell'area dei Paesi che vi aderiscono, a fine carriera arriva a guadagnare sino a 8mila euro l'anno in piu' di quanto percepisce un insegnante italiano nella stessa condizione".

Per quanto riguarda, infine, l'intenzione di semplificare e disboscare la "giungla normativa attualmente esistente, attraverso lo strumento della codificazione (con testi unici) della normativa di scuola, universita' e ricerca", Anief si trova sostanzialmente d'accordo con il ministro.

"Anche perche' - conclude Pacifico - occorre con urgenza rivedere gli attuali testi unici della scuola, sistematicamente superati e sovvertiti dalle finanziarie degli ultimi anni, il cui vero e unico scopo e' sempre stato quello di rivedere al ribasso gli organici e la rete scolastica".

Fonte: Italpress

 

Nel pubblico impiego due lavoratori precari su tre appartengono alla scuola o alla sanita', ma lo Stato li vuole mantenere precari in eterno, tenendoli fuori dagli accordi sulla stabilizzazione dei lavoratori pubblici e dalla direttiva europea sui contratti a termine. Lo afferma l'Anief, ricordando i numeri resi pubblici dal ministro Gianpiero D'Alia, nel corso dell'audizione alla Camera davanti alle commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro.

"Sono numeri davvero avvilenti – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri - perche' significa che quasi il 10% dei dipendenti statali ha un contratto a termine. Ma quel che preoccupa di piu' il sindacato e' che i precari di scuola e sanita' sono condannati a rimanere permanentemente in questa condizione: lo dimostra il dato che negli ultimi anni lo Stato ha creato delle graduatorie - permanenti, ad esaurimento e d'istituto - che anziche' svuotarsi si stanno sempre piu' riempiendo di candidati. La colpa e' di una serie di deroghe alle norme europee, introdotte a partire dalla legge 106/2011. E cio' malgrado tali disposizioni normative continuino ad essere sanzionate dai tribunali del lavoro e a generare nuove procedure comunitarie d'infrazione a carico dello stesso Stato italiano. I Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni – sottolinea Pacifico - hanno pensato esclusivamente a far valere le ragioni di bilancio statale".

"Dimenticando che un numero cosi' alto di precari, oggi diventanti 166 mila, hanno il diritto di essere assunti a titolo definitivo. Non si possono continuare ad imporre le norme che derogano ai principi comunitari. Anziche' continuare a rimandare il problema, amplificandolo i numeri all'eccesso - conclude - il Governo farebbe bene a emendare il decreto legge sulla proroga del personale statale a tempo determinato, prevedendo una graduale stabilizzazione del personale che ha gia' svolto i tre anni minimi richiesti. Cio' eviterebbe anche un contenzioso, di cui il sindacato si fara' sicuramente carico per difendere gli interessi di migliaia di lavoratori".

Fonte: Italpress

 

"Preoccupano i dati forniti dal ministro Gianpiero D'Alia, nel corso dell'audizione alla Camera davanti alle commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro: il Governo continua a far valere le ragioni di bilancio statale. Dimenticando che un numero così alto di supplenti nei comparti statali e del servizio nazionale sanitario, oggi diventanti 166 mila, hanno il diritto di essere assunti a titolo definitivo. Non si possono continuare ad imporre le norme che derogano ai principi comunitari". E' quanto afferma l'Anief.

"Nel pubblico impiego due lavoratori precari su tre appartengono alla scuola o alla sanità, ma lo Stato li vuole mantenere precari in eterno tenendoli fuori dagli accordi sulla stabilizzazione dei lavoratori pubblici e dalla direttiva europea sui contratti a termine. Il numero altissimo di dipendenti in forza ai due comparti è stato reso pubblico dal ministro Gianpiero D'Alia, nel corso dell'audizione alla Camera davanti alle commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro: dal 2004 al 2011 sono stati tagliati 300 mila dipendenti pubblici, così oggi ci ritroviamo con 7 mila impiegati in esubero e 250 mila unità con contratti a termine, di cui circa 133 mila nella scuola e altri 30 mila nella sanità".

"Sono numeri davvero avvilenti - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri - perché significa che quasi il 10% dei dipendenti statali ha un contratto a termine. Ma quel che preoccupa di più il sindacato è che i precari di scuola e sanità sono condannati a rimanere permanentemente in questa condizione: lo dimostra il dato che negli ultimi anni lo Stato ha creato delle graduatorie - permanenti, ad esaurimento e d'istituto - che anziché svuotarsi si stanno sempre più riempiendo di candidati. La colpa è di una serie di deroghe alle norme europee (direttiva 1999/70/CE), introdotte a partire dalla legge 106/2011. E ciò malgrado tali disposizioni normative continuino ad essere sanzionate dai tribunali del lavoro e a generare nuove procedure comunitarie d'infrazione a carico dello stesso Stato italiano".

Lo scorso 17 maggio questa discriminazione è stata ribadita dal Governo Letta attraverso l'approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto legge sulla "proroga in materia di lavoro a tempo determinato presso le pubbliche amministrazioni", pubblicato nella G.U. n. 54 del 21 maggio, attraverso il quale si prevede lo slittamento del termine dei contratti solo per 90 mila dipendenti degli altri comparti pubblici. Mentre scuola e sanità continuano a rimanere fuori. Eppure si tratta di unità di personale impegnate da diversi anni su posti liberi e per lunghi periodi.

"I Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni - sottolinea Pacifico - hanno pensato esclusivamente a far valere le ragioni di bilancio statale. Dimenticando che un numero così alto di precari, oggi diventanti 166 mila, hanno il diritto di essere assunti a titolo definitivo. Non si possono continuare ad imporre le norme che derogano ai principi comunitari".

La contraddizione di questa scelta dei nostri decisori politici diventa ancora più evidente, dal momento che proprio in questi giorni nella commissione Affari costituzionali e Lavoro sta iniziando l'iter di discussione sulla legge comunitaria 2013 che dovrebbe prevedere interventi al fine di rispondere alle procedure d'infrazione attivate dall'Ue nei confronti dell'Italia. Tra queste, la 2020/2010, già trasformata in atto di messa in mora a seguito della presentazione del ricorso da parte di un non docente della scuola, per la mancata assunzione del personale con più di 36 mesi di servizio a tempo determinato.
Così come si attendono sviluppi dalla Corte di giustizia europea, cui si sono rivolti docenti e Ata, anche a seguito della ordinanza favorevole emessa dal giudice Coppola di Napoli, che si dovrà esprimere entro l'anno sull'incompatibilità della normativa nazionale in materia di stabilizzazione e quella comunitaria.

"Anziché continuare a rimandare il problema, amplificandolo i numeri all'eccesso, - conclude il rappresentante Anief-Confedir - il Governo farebbe bene a emendare il decreto legge sulla proroga del personale statale a tempo determinato, prevedendo una graduale stabilizzazione del personale che ha già svolto i tre anni minimi richiesti. Ciò eviterebbe anche un contenzioso, di cui il sindacato si farà sicuramente carico per difendere gli interessi di migliaia di lavoratori".

Fonte: TMNews

 

Cresce il numero di precari alle dipendenze dello Stato: secondo il Rapporto sui diritti globali 2013, edito da Ediesse e curato dall'Associazione Societa' Informazione Onlus, a fronte di 3.315.580 lavoratori precari italiani complessivi, oltre 1.110.000 appartengono pubblico impiego e tra questi quasi la meta', oltre mezzo milione, opera nei comparti della scuola e della sanita'.

"E' evidente - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i per quadri - che in Italia stiamo assistendo a una procedura fuori dalla legge: mentre le direttive comunitarie ci chiedono di immettere in ruolo tutti i lavoratori che operano, anche non continuativamente, da oltre 36 mesi, nel nostro Paese ci siamo arrogati il diritto di introdurre delle deroghe nazionali. Ed ora ci ritroviamo con oltre mezzo milione di preziose figure professionali - come gli insegnanti, i medici, gli infermieri, i tecnici e tanti altri specializzati - che anziche' essere immessi in ruolo si ritrovano a vivere nell'incertezza".

Alla luce di questa discriminazione di trattamento, Anief ha avviato da diversi mesi un contenzioso per la loro assunzione.

"Anief e Confedir - spiega ancora Pacifico - si sono espresse da tempo nelle apposite sedi, anche se la battaglia perseguita non e' finalizzata necessariamente contro la reiterazione dei contratti a termine. Ma va a favore della progressiva stabilizzazione di tutto quel personale che ha operato per la pubblica amministrazione per un periodo complessivo, anche non continuativo, superiore al tetto indicato quasi 15 anni fa da una precisa direttiva comunitaria".

Fonte: Italpress

 

"Anche la Commissione Affari Costituzionali del Senato accoglie le osservazioni mosse nei giorni scorsi dal sindacato ai componenti della I Commissione a proposito della inapplicabilita' del blocco dei contratti e degli stipendi pubblici proposto dall'ex Governo Monti: nel parere formulato dal relatore di maggioranza, Pierantonio Zanettin (Pdl), seppure in linea generale "non ostativo", viene segnalata la necessita' di tenere conto delle censure mosse dalla Corte Costituzionale che con la sentenza n. 223 dell'ottobre del 2012 ha messo in evidenza che i sacrifici onerosi imposti dal legislatore, caratterizzati dalla necessita' di recuperare l'equilibrio di bilancio in momenti delicati per la vita economico-finanziaria del Paese, non debbano mai travalicare il carattere originario di eccezionalita' e temporaneita' dell'intervento proposto". E' quanto si legge in una nota dell'Anief.

"Si tratta di una sottolineatura rilevante, perche' conferma l'irragionevolezza della reiterazione del provvedimento, in particolare rispetto ad alcune categorie di dipendenti pubblici, come quelli della scuola che non hanno accesso ad alcun genere alternativo di progressioni di carriera", spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri.

"E' indicativo , a tal proposito - prosegue la nota- che nel corso del dibattito i componenti del Movimento 5 Stelle hanno espresso parere contrario all'adozione del provvedimento, rilevando la necessita' di reperire fondi a vantaggio dello Stato riducendo gli stipendi faraonici conferiti ancora oggi ai top manager del pubblico impiego".

Anche il senatore Giorgio Pagliari (Pd) "ha auspicato che la Commissione di cui fa parte faccia propria la decisione di non confermare il blocco degli stipendi pubblici. Esattamente come gia' osservato dai colleghi della Commissione Cultura, sempre del Senato, Pagliari ha messo in chiara luce come il blocco dei meccanismi stipendiali se adottato nel tempo assume la sostanza di una tassazione. Violando in tal modo diversi principi costituzionali. La Commissione Affari Costituzionali del Senato, in conclusione, "auspica che la presente proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali costituisca l'ultimo intervento di contenimento di spesa a discapito di una categoria sociale - quella dei dipendenti pubblici - gia' fortemente colpita da un progressivo processo di oggettivo impoverimento". I senatori hanno inoltre invitato il Governo a programmare nel primo avanzo di bilancio utile la revoca di tali sacrifici stipendiali. Per un parere definitivo della Commissione, tuttavia, bisognera' attendere le osservazioni della Commissione Bilancio".

Fonte: Italpress

 

Dopo quella di Savona, anche la Provincia di Milano invia una circolare alle scuole superiori: soluzione inevitabile, ma niente drammi perchè nelle primarie e medie l'orario su cinque giorni è già “una consuetudine apprezzata dalle famiglie e che ci mette in linea con i principali stati europei”. Regione e Usr avrebbero già dato il loro assenso. Tuttavia, per alcune tipologie di istituti uno o due “ritorni” pomeridiani sarebbero inevitabili.

Mentre il ministro Carrozza continua ad incontrare delegazioni dell'Anci, l’ultima delle quali guidata dal Presidente facente funzioni, Alessandro Cattaneo, per mettere a punto il piano di buon funzionamento del sistema formativo, soprattutto sul versante dell'edilizia scolastica, dalle province stesse continuano ad arrivare indicazioni preoccupanti sulla gestione del prossimo anno scolastico. Il 4 giugno, in particolare, la Provincia di Milano ha emesso una circolare nella quale spiega che la maggior parte degli studenti andrà a scuola cinque giorni alla settimana su sette. A tal fine la stessa Provincia invita caldamente gli istituti ad adeguarsi entro giugno.

Si tratterebbe di una indicazione realizzata in accordo con la Regione Lombardia e la direzione scolastica regionale, che rispetta formalmente l'autonomia dei singoli dirigenti. Ma che, tuttavia, allo lascia ai capi d’istituto davvero pochi margini di manovra: perché l’unica certezza, al momento, è che nel prossimo anno scolastico sono previste "ulteriori forti diminuzioni di spesa" per il riscaldamento. Quindi, per la provincia l'unica soluzione è l'articolazione dell'orario scolastico su cinque giornate settimanali.

"Tale possibilità - si legge nella circolare - sarebbe opportunamente consentita dalla riorganizzazione degli orari effettuata dalla recente riforma degli ordinamenti delle superiori che portano a un impegno massimo settimanale di 32 ore limitato a pochi corsi di studio e nella generalità dei casi in un arco di 27-30 ore". D'altra parte la Provincia osserva che, specialmente a Milano città, nelle scuole primarie e secondarie di primo grado l'orario su cinque giorni è già "una consuetudine apprezzata dalle famiglie e che ci mette in linea con i principali stati europei".

Non tutte le scuole, per completezza di informazione, potranno però istituire la settimana corta agevolmente: nei licei artistici, in alcuni istituti tecnici e nelle classi terminali degli Ipsia, infatti, le ore sono 34 e anche entrando alle 8 sarebbe inevitabile in questi istituti istituire una o due giornate di didattica con orario pomeridiano.

Tra i vantaggi indicati dell'orario su cinque giorni, sempre all’interno della circolare della Provincia di Milano, vi è infine una "più ottimale organizzazione del lavoro del personale" non docente.

Non è la prima volta che una provincia, cui è affidata per legge manutenzione e pagamento delle utenze di tutti gli istituti superiori pubblici, si rivolge alle scuole per chiedere di ridurre le spese limitando o “compressando” le giornate di offerta formativa. Circa un mese e mezzo fa anche la Provincia di Savona aveva manifestato l’esigenza di ridurre a 5 giorni i giorni settimanali di lezione. E già in quell’occasione i sindacati manifestarono il loro dissenso. Particolarmente duro fu il commento di Marcello Pacifico, presidente Anief: “le scuole italiane sono ormai abituate ad andare avanti tra mille difficoltà. Tanto è vero che da anni devono fare i conti con mancanze di ogni genere: dalla carta igienica, ai gessetti per le lavagne, dai toner per le stampanti all’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria. Sino a sorteggiare i supplenti per decidere quali pagare con i pochi fondi a disposizione. Se l’indicazione delle province dovesse realizzarsi – concluse il presidente dell’Anief - vorrà dire che si stavolta si organizzeranno per sopravvivere anche al freddo e alla mancanza di luce”.

Fonte: Tecnica della Scuola

“Aprire le scuole al territorio, lasciando che vengano frequentate il pomeriggio, sino alla sera, non è un’impresa facile: se anche il ministro Carrozza non vuole limitarsi alla politica degli annunci dei suoi predecessori, allora provveda a ripristinare gli organici dell’anno scolastico 2005/06”. A sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alla scuola e ai quadri, dopo che il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza è tornato a ribadire la volontà di vincere la dispersione cominciando “a tenere aperte le scuole anche di pomeriggio”.

“L’unico modo per tornare ad un modello di scuola valido e competitivo – sostiene Pacifico – è quello di ripristinare quel tempo pieno e prolungato che tutto il mondo ci invidiava prima che il duo Gelmini-Tremonti lo cancellasse attraverso la legge 133 de 2008. Contemporaneamente, occorre promuovere una seria riforma dell’apprendistato. Solo in questo modo, con queste due novità, sarà possibile tornare a dare alla scuola il ruolo centrale di formazione delle nuove generazioni e di apprendimento permanente per gli adulti”.

Il sindacato ritiene giusto aprire gli istituti scolastici di pomeriggio, facendoli così diventare dei poli di riferimento e di crescita per la cittadinanza. Ma occorrono strumenti, risorse ed un’adeguata quantità di personale. Mentre negli ultimi cinque anni sono stati tagliati 200mila docenti e Ata. Senza di loro sarebbe impossibile organizzare dei turni, anche solo di didattica alternativa, di assistenza e sorveglianza, oltre l’attuale orario curricolare. Pensare di procedere verso un rilancio del settore dell’istruzione, senza rivedere un’organizzazione diversa in termini di risorse e strumenti, comporterebbe invece un sicuro fallimento. Lo stesso che ha portato negli ultimi anni a ridurre sensibilmente sia il tempo scuola curricolare, sia quello extra curricolare, limitando sempre più le iniziative di accompagnamento di crescita degli alunni. E rimandando, nel contempo, il progetto di miglioramento delle esperienze di apprendistato, passaggio ineludibile per il salto qualitativo del sistema di alternanza scuola-lavoro. “Tutte le ricerche realizzate per ridare slancio all’occupazione – continua Pacifico – passano per una formazione di alto livello, arricchita da esperienze di lavoro. È l’unico modo per combattere quella piaga della disoccupazione, che tra i giovani ha toccato il 40%. Per questi motivi – conclude il rappresentante Anief e Confedir - il sindacato si attende dal Ministro che il primo vero provvedimento a favore della scuola sia quello di tornare agli organici di otto anni fa: passaggio ineludibile per un apprendimento delle competenze finalmente adeguato al mercato professionale moderno”.

Fonte: AgenParl

 

"Aprire le scuole al territorio, lasciando che vengano frequentate il pomeriggio, sino alla sera, non è un'impresa facile: se anche il ministro Carrozza non vuole limitarsi alla politica degli annunci dei suoi predecessori, allora provveda a ripristinare gli organici dell'anno scolastico 2005-06". A sostenerlo è Marcello Pacifico, presidente Anief, dopo che il ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, è tornata a ribadire la volontà di vincere la dispersione cominciando "a tenere aperte le scuole anche di pomeriggio".

"L'unico modo per tornare a un modello di scuola valido e competitivo - sostiene Pacifico - è quello di ripristinare quel tempo pieno e prolungato che tutto il mondo ci invidiava prima che il duo Gelmini-Tremonti lo cancellasse attraverso la legge 133 del 2008. Contemporaneamente, occorre promuovere una seria riforma dell'apprendistato. Solo in questo modo, con queste due novità, sarà possibile tornare a dare alla scuola il ruolo centrale di formazione delle nuove generazioni e di apprendimento permanente per gli adulti".

Il sindacato ritiene giusto aprire gli istituti scolastici di pomeriggio, facendoli così diventare dei poli di riferimento e di crescita per la cittadinanza. "Ma - fa notare - occorrono strumenti, risorse e un'adeguata quantità di personale. Mentre negli ultimi cinque anni sono stati tagliati 200mila docenti e Ata. Senza di loro sarebbe impossibile organizzare dei turni, anche solo di didattica alternativa, di assistenza e sorveglianza, oltre l'attuale orario curricolare". L'Anief si attende quindi dal Ministro "che il primo vero provvedimento a favore della scuola sia quello di tornare agli organici di otto anni fa: passaggio ineludibile per un apprendimento delle competenze finalmente adeguato al mercato professionale moderno".

Fonte: ANSA

 

"Aprire le scuole al territorio, lasciando che vengano frequentate il pomeriggio, sino alla sera, non e' un'impresa facile: se anche il ministro Carrozza non vuole limitarsi alla politica degli annunci dei suoi predecessori, allora provveda a ripristinare gli organici dell'anno scolastico 2005/06".

A sostenerlo e' Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alla scuola e ai quadri, dopo che il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza e' tornato a ribadire la volonta' di vincere la dispersione cominciando "a tenere aperte le scuole anche di pomeriggio".

"Contemporaneamente, occorre promuovere una seria riforma dell'apprendistato - continua il presidente dell'Anief -. Solo in questo modo, con queste due novita', sara' possibile tornare a dare alla scuola il ruolo centrale di formazione delle nuove generazioni e di apprendimento permanente per gli adulti. Tutte le ricerche realizzate per ridare slancio all'occupazione passano per una formazione di alto livello, arricchita da esperienze di lavoro. E' l'unico modo per combattere quella piaga della disoccupazione, che tra i giovani ha toccato il 40%. Per questi motivi - conclude Pacifico – il sindacato si attende dal Ministro che il primo vero provvedimento a favore della scuola sia quello di tornare agli organici di otto anni fa: passaggio ineludibile per un apprendimento delle competenze finalmente adeguato al mercato professionale moderno".

Fonte: Italpress

 

Lotta all’abuso dei contratti a termine; uguaglianza di accesso per uomini e donne; investimenti per educazione scolastica, apprendistato, ricerca universitaria e patrimonio culturale. Ma non serve modificare la Costituzione.

Nel giorno della Festa della Repubblica italiana, Anief e Confedir indicano al Governo la strada per recuperare il senso e il fine della sua stessa ragion d’essere: il diritto al lavoro. Perché il lavoro è un diritto-dovere, l’essenza stessa della nostra italianità ovvero della nostra umanità. E la Repubblica deve rimuovere ogni ostacolo che si frappone alla sua ricerca e al suo accesso. Per tornare ad essere un Paese competitivo occorre allora prima di tutto invertire la tendenza dei sempre più preoccupanti dati Istat sulla disoccupazione, con il numero di chi cerca lavoro che in cinque anni è quasi raddoppiato, attestandosi all’11,7% e sfiorando il 40% tra i più giovani.

Sono tre i passaggi chiave da attuare per salvare il lavoro: rimuovere tutti gli ostacoli per la sua ricerca, promuovendo sanzioni severe contro l’abuso dei contratti a termine; garantire l’uguaglianza sostanziale dei cittadini nel suo accesso e nelle pari opportunità tra uomini e donne, sempre nel rispetto del merito; investire nell’educazione scolastica, nell’apprendistato, nella formazione e nella ricerca universitaria iniziando con l’approvazione di un vasto piano di sviluppo economico legato al patrimonio culturale.

“Solo promuovendo questi tre percorsi, attraverso il sostegno normativo e le risorse necessarie – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alla scuola e ai quadri – sarà possibile pianificare uno stato sociale che tenga conto dei diritti democraticamente acquisiti. E attuare quel patto generazionale che, dalla sanità alla previdenza, rispetti e non sovverta i principi costituzionali”.

“In questo giorno particolare – continua il sindacalista Anief-Confedir –, di fronte alla perdita del potere di acquisto degli stipendi giunto ai livelli di venticinque anni addietro, al progressivo aumento dell’età pensionabile con assegni ridotti della metà, l’impennata della disoccupazione giovanile e gli alti tassi di abbandono degli studi, bisogna riflettere seriamente. Ed impegnarsi a trovare soluzioni che non mortifichino gli ideali su cui si fonda la Repubblica. Perché più che modificare la Costituzione, rischiando di tradirne valori e capisaldi, bisogna pensare – conclude Pacifico – a programmare la crescita del Paese”.

Fonte: Informatore Scolastico

"Compensi irrisori e niente esonero da lezioni e maturita'. E ora pure la prospettiva di dover 'bruciare' le ferie. Sempre per stare dietro alla correzione dei compiti e alla valutazione delle prove del concorso a cattedra da cui entro il 31 agosto dovrebbero scaturire oltre 11mila nuovi insegnanti della scuola italiana. E' questo il destino che attende migliaia di commissari, addetti alla valutazione degli elaborati di una procedura concorsuale che non si sarebbe dovuto protrarre per cosi' tanto tempo". Lo denuncia l'Anief.

"Dopo i compensi ridicoli, che in diversi casi non superano i 500 euro complessivi, e la mancata concessione dell'esonero dalle lezioni o, per chi ne sara' coinvolto, negli esami di maturita' - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief - stavolta il Miur si e' superato. Avallando delle tabelle di marcia, proposte dagli Usr, che di fatto negano un diritto costituzionalmente protetto ai docenti esaminatori, quale e' quello delle ferie estive. La situazione sta diventando paradossale. Al punto che non pochi commissari hanno gia' rinunciato all'incarico e tanti sarebbero in procinto di farlo".

L'Anief chiede al ministero dell'Istruzione di "porre quindi un rimedio (come l'aumentare il numero di commissari) a questo ennesimo pasticcio".

Fonte: Italpress

 

Compensi irrisori e niente esonero da lezioni e maturità. E ora pure la prospettiva di dover "bruciare" le ferie. Sempre per stare dietro alla correzione dei compiti e alla valutazione delle prove del concorso a cattedra da cui, entro il 31 agosto, dovrebbero scaturire oltre 11 mila nuovi insegnanti della scuola italiana.

È questo il destino che attende migliaia di commissari, secondo l'Anief. Il problema, sottolinea l'Associazione professionale sindacale, è che il malcontento sta crescendo: in questi ultimi giorni l'Anief ha ricevuto molte lamentele perché, dicono, "l'amministrazione scolastica ha trasformato la correzione delle prove in un programma a tappe forzate. Con tanti esaminatori che saranno costretti a recarsi a scuola anche nei mesi di luglio e agosto, anche di pomeriggio e di domenica".

Se da una parte - argomenta il sindacato - si tratta di un tentativo comprensibile, perché è l'unico modo, visti i tempi stretti, per permettere la realizzazione delle graduatorie dei vincitori del concorso entro la fine di agosto e quindi la loro immediata assunzione in ruolo, dall'altra non si tiene conto delle pessime condizioni di lavoro in cui si costringono ad operare questi esaminatori.

"Dopo i compensi ridicoli, che in diversi casi non superano i 500 euro complessivi e la mancata concessione dell'esonero dalle lezioni o, per chi ne sarà coinvolto, negli esami di maturità - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief - stavolta il Miur si è superato. Avallando delle tabelle di marcia proposte dagli Usr che di fatto negano un diritto costituzionalmente protetto ai docenti esaminatori, quale è quello delle ferie estive. La situazione sta diventando paradossale. Al punto che non pochi commissari hanno già rinunciato all'incarico e tanti sarebbero in procinto di farlo".

L'Anief chiede al ministero dell' Istruzione di porre rimedio alla situazione, ad esempio aumentando il numero di commissari.

Fonte: ANSA

 

Nel giorno della Festa della Repubblica, Anief e Confedir indicano al Governo "la strada per recuperare il senso e il fine della sua stessa ragion d'essere: il diritto al lavoro".

"Sono tre i passaggi chiave da attuare per salvare il lavoro – si legge in una nota -: rimuovere tutti gli ostacoli per la sua ricerca, promuovendo sanzioni severe contro l'abuso dei contratti a termine; garantire l'uguaglianza sostanziale dei cittadini nel suo accesso e nelle pari opportunita' tra uomini e donne, sempre nel rispetto del merito; investire nell'educazione scolastica, nell'apprendistato, nella formazione e nella ricerca universitaria iniziando con l'approvazione di un vasto piano di sviluppo economico legato al patrimonio culturale".

"Solo promuovendo questi tre percorsi, attraverso il sostegno normativo e le risorse necessarie - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alla scuola e ai quadri - sara' possibile pianificare uno stato sociale che tenga conto dei diritti democraticamente acquisiti. E attuare quel patto generazionale che, dalla sanita' alla previdenza, rispetti e non sovverta i principi costituzionali".

Fonte: Italpress

 

Perche' lo Stato italiano si ostina a non volere stabilizzare i suoi dipendenti precari che hanno operato per almeno 36 mesi nella scuola e nella sanita'? A chiederlo pubblicamente, rivolgendosi in particolare ai parlamentari, e' Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola e i quadri professionali, a seguito dell'arrivo in commissione Finanze della Camera del decreto, approvato il 17 maggio dal Consiglio dei Ministri, che proroga al 31 dicembre prossimo i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato di circa 100mila dipendenti pubblici.

"E' evidente che questa condizione - commenta Pacifico - non puo' essere 'sine die', visto che nello Stato non ci sono i dipendenti figli di un dio minore. Perche' la direttiva 1999/70/CE, recepita in Italia con il decreto legislativo 368/01, indica solo che dopo 36 mesi di servizio, anche non continuativo, il datore di lavoro ha il dovere di procedere all'assunzione definitiva del dipendente. A tal proposito, vi sono dei precedenti nazionali importanti. Come quelli adottati durante l'ultimo governo Prodi, a seguito dell'approvazione delle leggi 296/2006 e 247/2007. La proroga del termine di scadenza concessa a quasi 100mila dipendenti pubblici - continua - e' una notizia in se' positiva. Tuttavia rende ancora piu' irrazionale e illogica la discriminazione che si attua in Italia verso diverse decine di migliaia di precari che operano da anni nei comparti pubblici di scuola e sanita'. E lo diventata ancora di piu' - conclude Pacifico - dal momento in cui la diversita' di trattamento e' stata presa in esame in Lussemburgo dal tribunale di giustizia europea, dove i giudici sovranazionali stanno valutando proprio la compatibilita' delle norme italiane derogatorie ad un legge che, come tutte, e' nata per essere uguale per tutti".

Fonte: Italpress

 

Lo slittamento dei contratti della pubblica amministrazione a tempo determinato al 31 dicembre 2013 esclude i dipendenti della scuola e della sanità. Lo riferisce Marcello Pacifico (Anief-Confedir) che si appella ai parlamentari che stanno esaminando il decreto affinchè apportino le dovute modifiche al provvedimento. "Eppure - afferma - la direttiva 1999/70/CE, recepita in Italia con il decreto legislativo 368/01, non parla di dipendenti eletti e altri figli di un dio minore".

"Ora che il decreto contenente la proroga è giunto all'esame degli organi parlamentari competenti, Anief e Confedir - si legge in una nota - chiedono ai deputati che lo stanno esaminando di emendare quel testo e di farlo valere indistintamente per tutti i dipendenti precari della pubblica amministrazione. Dal momento in cui si stanziano delle risorse per la cassa integrazione dei dipendenti pubblici, al pari dei privati, e si allunga la durata massima dei contratti a temine, non si capisce infatti per quale motivo solo alcune categorie professionali, appartenenti allo stato 'datore di lavoro', lo Stato, debbano esserne escluse. Come non si comprende con quale logica alcuni sindacati rappresentativi abbiano avallato questa diversità di trattamento".

"La proroga del termine di scadenza concessa a quasi 100mila dipendenti pubblici - afferma il sindacalista Anief-Confedir - è una notizia in sé positiva. Tuttavia rende ancora più irrazionale e illogica la discriminazione che si attua in Italia verso diverse decine di migliaia di precari che operano da anni nei comparti pubblici di scuola e sanità. E lo diventata ancora di più - conclude Pacifico - dal momento in cui la diversità di trattamento è stata presa in esame in Lussemburgo dal tribunale di giustizia europea, dove i giudici sovranazionali stanno valutando proprio la compatibilità delle norme italiane derogatorie ad un legge che, come tutte, è nata per essere uguale per tutti".

Fonte: TMNews

 

No alla pubblicazione dei risultati dei test Invalsi. L'Anief è convinta che "pubblicizzare, come sembra voler fare il Miur dal prossimo anno scolastico, gli esiti delle verifiche standardizzate imposte a un alto numero di classi, di tutti i livelli scolastici, porterà alla classificazione delle scuole in almeno due grandi categorie: quelle di serie A e quelle di serie B". Con la conseguenza, per queste ultime - spiega in una nota - di mettere a rischio buona parte dei finanziamenti statali, i quali con la revisione del contratto dei pubblico impiego saranno sempre associati alle performance. Il risultato finale sarà, quindi, condannarle all'emarginazione. Alla chiusura".

Secondo il giovane sindacato "a rischiare di chiudere i battenti saranno non di certo le scuole meno qualificate o con l'offerta formativa inadeguata (risultati che, tra l'altro, non dovrebbero condurre a una situazione estrema, ma solo a dimostrare la necessità di potenziare il supporto delle reti di scuole limitrofe). A serio rischio di sopravvivenza saranno, invece, le realtà scolastiche più bisognose di sostegno: quelle operanti in quartieri e comunità difficili, nelle periferie, nelle realtà sociali spesso degradate e non di rado anche isolate. Per molte di loro, se non sarà la scarsità di finanziamenti a farle chiudere, ci penserà la carenza di iscritti. Derivante dalla 'pubblicita'' negativa dei test Invalsi".

"Se si vuole veramente introdurre questo modello - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola - il rischio fondato a cui si andrà incontro è quello di snaturare il vero fine dello strumento di monitoraggio: le prove Invalsi sono delle verifiche nate per suggerire buone prassi, linee guida di intervento e programmazione. Come del resto previsto da ogni sistema educativo statale di qualità.

Quanto vuole fare il Miur, invece, significa dare spazio ad una valutazione nazionale che non tiene conto né delle diversità del territorio né delle peculiarità dell'utenza. E che affosserà proprio le scuole per vari motivi più bisognose di aiuto".

Fonte: ANSA

 

"Il dimezzamento dei pensionamenti del personale della scuola e' solo l'inizio della parabola discendente, che nel volgere di pochi anni portera' ad allungare fino a 70 l'eta' anagrafica necessaria per lasciare il lavoro nel pubblico impiego. Il Governo sta pensando di allungare i tempi di addio al lavoro, dal 2020, con l'elevazione ulteriore dell'eta' anagrafica e con l'introduzione di meccanismi penalizzanti o premianti rispetto ai 66 anni attualmente previsti". Lo afferma in una nota l'Anief.

"Il campanello d'allarme e' gia' suonato: come primo effetto della riforma Fornero, a settembre il numero di insegnanti e Ata da collocare in pensione passera' da quasi 28mila del 2012 ad appena 14.522 unita' - spiega il sindacato -. Si tratta di un record negativo che rischia di bloccare quel turn over nella scuola indispensabile per permettere lo svecchiamento della classe docente (con oltre 50 anni di media deteniamo gia' i prof piu' vecchi dell'area Ocse) e le immissioni in ruolo di 250mila precari inseriti nelle graduatorie, oltre che gli 11.542 vincitori del concorso a cattedra in corso di svolgimento. Di queste difficolta' si e' gia' reso conto il nuovo ministro del Lavoro Enrico Giovannini, che continua a lavorare ad un piano in base al quale, oltre alla necessita' di migliorare la flessibilita' in entrata, attraverso modifiche ai contratti a termine ed all'apprendistato, prevede una serie di punti da revisionare. Tra cui proprio le pensioni. Si starebbe gia' pensando, valutando i costi associati, ad una fascia di flessibilita' per anticipare l'uscita dal lavoro di 3-4 anni in cambio di penalizzazioni da definire. Nella scuola i docenti con oltre 20-25 anni di anzianita' potrebbero anche rimanere in servizio, vestendo pero' i panni dei tutor-formatori degli ultimi assunti. Non gravando, in tal modo, sulla previdenza e aprendo le porte ad una sorta di staffetta generazionale. Anche perche' aver sacrificato il 2,5% del PIL dell'anno scorso non ha prodotto alcun beneficio alle casse dello Stato".

"Intanto, il 18 novembre si discutera' in Corte Costituzionale sulla legittimita' dello stop alla pensione per i cosiddetti 'Quota 96' della scuola. Dopo l'ordinanza del giudice del lavoro di Siena e la sospensione del giudizio disposta dalla Corte dei Conti dell'Emilia Romagna e della Puglia, si aspetta l'udienza pubblica del 19 novembre prossimo, quando la Consulta sara' chiamata a discutere sulla sospetta violazione degli articoli 2, 3, 11, 38, 97, 117 1 comma e dell'art. 6 della Cedu da parte dell'art. 24 del decreto legge n. 201 del dicembre scorso convertito dalla legge n. 214/11 - sottolinea l'Anief -. A tal proposito e' bene ricordare che una deroga (per l'anno 2013-2014, come previsto dall'art. 14 comma 20-bis, della legge 135/12) e' prevista solo per il personale che risultera' sovrannumerario a seguito dei processi di mobilita' determinati per quest'anno scolastico".

"Se non si interverra' rapidamente - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola - quello che aspetta i lavoratori piu' giovani e' che dal 2030 le retribuzioni differite saranno piu' o meno la meta' di quelle che si percepivano all'inizio del nuovo secolo. Alcuni esperti di previdenza ci hanno fornito proiezioni ancora piu' negative, addirittura di un taglio dell'assegno pensionistico pari al 60% rispetto all'ultimo stipendio. L'esito dipendera' anche da fattori economici nazionali ed internazionali non prevedibili. Ma in ogni caso le aspettative piu' rosee, fornite dai simulatori delle organizzazioni sindacali, collocano la riduzione al 36%".

Fonte: Italpress

 

"Per la scuola italiana la riforma Fornero sui pensionamenti si sta rivelando un problema insormontabile: la nuova norma che permette di lasciare il servizio non prima dei 65 anni ha innescato un vero e proprio blocco del turn over, con gli insegnanti italiani destinati ad essere sempre piu' confermati tra i piu' vecchi dell'area Ocse".

Lo afferma in una nota l'Anief, che spiega: "I dati ufficiali emessi in queste ore dal ministero dell'Istruzione indicano che dal prossimo 1° settembre potranno lasciare il servizio solo 10.860 docenti e 3.662 tra amministrativi, tecnici ed ausiliari. Si tratta di appena 14.522 lavoratori, un numero che corrisponde alla meta' di quelli che nel 2102 avevano lasciato il lavoro: lo scorso anno andarono in pensione 27.754 dipendenti, suddivisi tra 21.114 docenti e 5.338 Ata (a cui si aggiunsero 35 del personale educativo, 207 insegnanti di religione cattolica e 1.060 dirigenti scolastici)".

"Ma il dato odierno diventa ancora piu' clamoroso se si va a raffrontare con le cessazioni dal servizio di qualche anno prima. Ad esempio il 2007, quando ad andare in pensione furono, sempre sommando docenti e Ata, oltre 35mila dipendenti della scuola - sottolinea il sindacato -. Mantengono delle speranze di lasciare il lavoro, perche' collocabili con il trattamento pensionistico precedente, solo coloro che hanno inviato il modello cartaceo predisposto dal sindacato, poiche' il Miur non gli riconosce di aver maturato la famosa 'Quota 96' al 1° settembre 2011: si tratta, comunque, di un numero non altissimo di ricorrenti che non cambia di certo la sostanza delle cose".

Secondo l'Anief "siamo di fronte a numeri che inquietano non soltanto gli attuali partecipanti all'ultimo concorso a cattedra, per l'immissione in ruolo di 11.542 nuovi docenti. A fare allungare le liste di attesa per il ricambio generazionale ci sono anche i circa 5.500 candidati appartenenti al personale Ata, che gia' l'anno scorso avrebbe dovuto essere assunti a tempo indeterminato (collocazione a tutt'oggi bloccata per via dell'ancora incerto destino del personale docente inidoneo all'insegnamento o in posizione di sovrannumero, in particolare gli insegnanti tecnico pratici delle scuole superiori). A cui si aggiungono circa 250mila docenti collocati nelle graduatorie ad esaurimento. Ed almeno altri 50mila Ata in posizione di pre-ruolo".

"I numeri ufficiali forniti dal Miur sui pensionamenti in arrivo dal mese di settembre - commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola - sono a dir poco sconfortanti. Prima di tutto perche' se a lasciare il servizio sono sempre meno persone, per i vincitori dei concorsi, tramite prove dirette, ma soprattutto per le graduatorie ad esaurimento, non basteranno dieci lustri per smaltire le liste di attesa. In secondo luogo, questi dati preoccpano davvero se si pensa che la classe docente italiana e' gia' oggi la piu' vecchia al mondo: in base agli ultimi dati ufficiali, l'eta' media delle immissioni in ruolo e' alle soglie dei 40 anni di eta'. E ormai complessivamente due insegnanti italiani su tre hanno almeno 50 anni. Non solo: i nostri docenti con meno di 30 anni sono appena lo 0,5%, mentre in Germania la presenza di insegnanti under 30 si colloca al 3,6%, in Austria e Islanda al 6%, in Spagna al 6,8%. Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo".

Fonte: Italpress

 

"Dopo le proteste dei sindacati, la proroga del blocco degli stipendi dei dipendenti del pubblico impiego trova resistenze anche sui banchi del Parlamento: poco fa la VII commissione Cultura del Senato ha espresso forti riserve sulla bozza di proposta di proroga, a tutto il 2014, lasciata in eredita' dal Governo Monti attraverso un'apposita bozza di decreto legislativo". Lo rende noto l'Anief.

Questo il comunicato emesso poco fa dalla commissione Istruzione pubblica, Beni Culturali: "in sede consultiva la Commissione ha concluso l'esame dello schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti (atto n. 9). La relatrice Puglisi ha illustrato uno schema di osservazioni conti e sul quale sono intervenuti il presidente Marcucci, nonche' i senatori Marin, Di Giorgi, Bocchino, Centinaio (che ha preannunciato voto favorevole), Giannini (che ha preannunciato voto favorevole) e Zavoli. Su richiesta del senatore Sibilia il Presidente ha disposto una breve sospensione della seduta. Alla ripresa hanno dichiarato il voto favorevole dei rispettivi Gruppi i senatori Mineo e Petraglia. La Commissione ha indi approvato all'unanimita' lo schema di osservazioni contrarie della relatrice".

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola "si tratta di una presa di posizione rilevante perche' smonta, finalmente anche tra i politici usciti dall'ultima tornata politica nazionale, lo scenario penalizzante per milioni di lavoratori che il Governo uscente aveva prefigurato per far quadrare i conti in rosso dello Stato. Anche i senatori della settima commissione Cultura hanno probabilmente compreso che sarebbe meglio attendere la sentenza della Corte costituzionale prevista per il prossimo mese di novembre".

Secondo Anief e Confedir "un'eventuale approvazione del provvedimento di proroga del blocco violerebbe, infatti, gli articoli 1, 4, 36, 39 e 53. Non a caso, la sentenza della Consulta n. 223/12 ha gia' stabilito che una norma di questo stampo perdurante nel tempo e' illegittima perche' non transeunte, arbitraria e inutile. Il Governo non puo' non prendere atto di tali indicazioni: il blocco dei contratti del pubblico impiego va assolutamente ripensato, anche perche' e' dimostrato che i risparmi ricavati sino ad oggi non hanno prodotto i risultati prefigurati in termini di recupero delle economie statali".

Fonte: Italpress

 

"La volonta' del ministero dell'Istruzione di rendere pubblici i risultati dei test Invalsi ottenuti dagli alunni di ogni singolo istituto e' una sfida alle energie profuse in tanti anni per migliorare i livelli delle nostre scuole e dell'apprendimento".

Lo afferma in una nota l'Anief, convinta che pubblicizzare, come sembra voler fare il Miur dal prossimo anno scolastico, gli esiti delle verifiche standardizzate imposte ad un alto numero di classi, di tutti i livelli scolastici, portera' alla classificazione delle scuole in almeno due grandi categorie: quelle di serie A e quelle di serie B. Con la conseguenza, per queste ultime, di mettere a rischio buona parte dei finanziamenti statali, i quali con la revisione del contratto dei pubblico impiego saranno sempre associati alle performance. Il risultato finale sara', quindi, condannarle all'emarginazione. A alla chiusura.

Il sindacato si sofferma sul fatto che "a rischiare di chiudere i battenti saranno non di certo le scuole meno qualificate o con l'offerta formativa inadeguata (risultati che, tra l'altro, non dovrebbero condurre ad una situazione estrema, ma solo a dimostrare la necessita' di potenziare il supporto delle reti di scuole limitrofe). A serio rischio di sopravvivenza saranno, invece, le realta' scolastiche piu' bisognose di sostegno: quelle operanti in quartieri e comunita' difficili, nelle periferie, nelle realta' sociali spesso degradate e non di rado anche isolate. Per molte di loro, se non sara' la scarsita' di finanziamenti a farle chiudere, ci pensera' la carenza di iscritti. Derivante dalla 'pubblicita'' negativa dei test Invalsi".

"Se si vuole veramente introdurre questo modello – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola - il rischio fondato a cui si andra' incontro e' quello di snaturare il vero fine dello strumento di monitoraggio: le prove Invalsi sono delle verifiche nate per suggerire buone prassi, linee guida di intervento e programmazione. Come del resto previsto da ogni sistema educativo statale di qualita'. Quanto vuole fare il Miur, invece, significa dare spazio ad una valutazione nazionale che non tiene conto ne' delle diversita' del territorio ne' delle peculiarita' dell'utenza. E che affossera' proprio le scuole per vari motivi piu' bisognose di aiuto".

L'Anief teme che, ancora una volta, l'esigenza di tenere equilibrato il bilancio statale si riversi nella scuola sottoforma di una crudele e innaturale selezione degli istituti. Rispolverando la logica darwiniana di sopravvivenza della "specie", si vuole introdurre nell'istruzione pubblica il modello aziendale della misurazione della produttivita'. Facendo finta di non sapere che l'istruzione necessita di tutt'altro. Di organizzazioni che mettono al primo posto, anziche' eluderli, i fattori di partenza degli alunni e delle loro famiglie. Come, del resto, previsto costituzionalmente per ogni cittadino.

"La pubblicazione dei risultati delle prove Invalsi – continua Pacifico - rappresenta l'esatto opposto di questo modello: significa una sicura rinuncia a sviluppare le competenze di ciascun alunno. Significa abbandonare l'idea di valorizzare e rispettare il lavoro svolto da quelle decine di migliaia di insegnanti che ogni giorno svolgono la loro preziosa professione in ambienti e territori fortemente difficili, di cui lo Stato spesso conosce l'esistenza solo parzialmente. Che necessita' c'era di penalizzare ulteriormente queste scuole collocandole nelle liste 'nere', preludio della fusione con altri istituti se non della loro soppressione?".

Fonte: Italpress

 

In questi giorni le Commissioni parlamentari impegnate nel parere sul regolamento hanno ascoltato sindacati e associazioni sulla questione degli scatti. Adesso si attendono i pareri, entro martedì 28 e comunque non vincolanti, di Commissione Cultura e Bilancio al Senato.

Dopo Di Menna, segretario UIL, che ha bocciato decisamente il provvedimento ed ha chiesto un tavolo per le trattative sul contratto scaduto, abbiamo sentito Marcello Pacifico, presidente ANIEF.

Secondo Pacifico, il blocco degli stipendi viola gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 39 della Costituzione italiana. A questo si aggiunge che la Corte Costituzionale si è già espressa per il blocco degli stipendi dei magistrati, bocciando il provvedimento. Sentenza che deve essere valida anche per il resto della Pubblica Amministrazione.

"Il blocco - afferma Pacifico - è accettabili in termini eccezionali, ad esempio un anno. Ma qui si chiede il blocco per il quarto anno, perdendo qualsiasi eccezionalità".

Per quale motivo, poi? "Dal 2010 il debito pubblico è aumentato di 10 punti, perché, quindi, afferma Pacifico, "licenziare i docenti? Perché bloccare gli stipendi?"

Sull'eventualià di ulteriori tagli al Fondo di Istituto per reperire soldi per finanziare il pagamento degli scatti stipendiali, Pacifico ne sostiene l'intollerabilità.

"Gli scatti sono un diritto", afferma, inoltre, se si continua a tagliare ancora "le scuole saranno al collasso".

Questi sono provvedimenti, che, secondo il Presidente ANIEF, vanno nella direzione sbagliata, sulla "scuola bisogna investire per far ripartire il paese"

Il video

 

 

ù

 

Fonte: Orizzonte Scuola

Tra le "stranezze" della scuola italiana "c'é anche quella dei 100mila assunti in ruolo dal settembre 2010 a oggi, a cui lo Stato italiano ha bloccato la carriera e gli scatti automatici. Con il risultato, davvero paradossale, che per quasi dieci anni sono costretti a percepire uno stipendio non solo congelato, ma addirittura più basso dei loro colleghi precari".

Lo denuncia l'Anief spiegando che "è tutta colpa del blocco dei contratti introdotto con i commi 21 e 23 dell'art. 9 della legge 122/2010". "Ma anche - aggiunge - della proposta del Governo Monti di posticipare sino a tutto il 2014 questo blocco e sui cui nelle prossime settimane sarà chiamato a esprimersi il nuovo esecutivo guidato da Letta".


Secondo l'Anief "é assurdo che circa 100mila docenti e Ata assunti in ruolo dal 2010 continuino a essere condannati a percepire uno stipendio inadeguato. E ciò solo perché laddove anche ottengano un decreto di ricostruzione di carriera, questo varrà ai soli fini giuridici e non economici".


Oltre a dover rinunciare al 10% dello stipendio, che corrisponde a circa 200 euro al mese a seguito del blocco degli scatti stipendiali, questo personale, vincitore di concorso e assunto regolarmente in ruolo, non potrà - spiega l'associazione - per diversi anni nemmeno farsi valere la ricostruzione di carriera. Con il risultato che nella migliore delle ipotesi, i docenti laureati della secondaria superiore, arrivano oggi a percepire poco più di 1.200 euro al mese.


Ma secondo il sindacato "annullare questi aumenti rappresenta un'operazione incostituzionale: se la Consulta, con la sentenza 223/2012, ha dato ragione ai magistrati, perché il blocco è lesivo degli articoli 1, 4, 36, 39 e 53 della Costituzione, per analogia non potrà negare lo stesso trattamento agli altri dipendenti pubblici che rivendicano il medesimo diritto allo stipendio equo. Ancora di più per quelli di ruolo, che dopo essere stati selezionati e aver vinto un regolare concorso per merito, si ritrovano con buste paga sempre meno dignitose, tra l'altro tra le concause dell'aumento del deficit nazionale a causa della riduzione degli acquisti".


L'Anief ritiene quindi "inevitabile" aprire una nuova stagione di contenziosi.

Fonte: ANSA

 

Tra le stranezze della scuola italiana c'e' anche quella dei 100mila assunti in ruolo dal settembre 2010 ad oggi, a cui lo Stato italiano ha bloccato la carriera e gli scatti automatici. Secondo l'Anief e' assurdo che circa 100mila docenti e Ata assunti in ruolo dal 2010 continuino ad essere condannati a percepire uno stipendio inadeguato.

"L'assurdo di questa situazione - spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir per la scuola - e' che mentre tanti precari hanno fino ad oggi, grazie all'opera del nostro sindacato, avuto la possibilita' di farsi valere in tribunale il loro servizio da supplenti, come confermato dalle corti di appello dell'Aquila e di Torino, per questo personale di ruolo sembrerebbe non esserci alcuna possibilita'. Fino a nove anni, in pratica, rischiano di essere costretti a percepire delle buste paga con degli importi davvero bassi. Ora, bisognerebbe spiegare ai nostri politici – continua Pacifico - come si fa a vivere dignitosamente con il proprio stipendio fermo, in proporzione, a quello di 25 anni prima. Siccome la risposta e' ovvia, per il sindacato sara' inevitabile aprire una nuova stagione di contenziosi. Che riguardera' tutti coloro che hanno subito un danno economico per la mancata assegnazione degli incrementi stipendiali tra il 2010 e il 2014".

Anief ritiene che l'unica strada per i neo-assunti o per chi e' passato di ruolo dopo il settembre 2010 per recuperare l'anzianita' retributiva dovuta e l'aumento di stipendio ed evitare di ritrovarsi tutta la carriera lavorativa ritardata di quattro anni ai fini economici, rimane il ricorso al tribunale del lavoro.

Fonte: Italpress

 

Rimane alto il rischio di uno stop degli incrementi economici sino al 31 dicembre 2014: dopo il via libera della commissione Bilancio della Camera, a momenti arriverà il parere di quella Affari Costituzionali al Senato. Intanto, nel corso di un’audizione, Anief-Confedir rivelano un’altra amara sorpresa: se passerà il testo ereditato dal Governo Monti, gli scatti in busta paga recuperati nel 2011 non avrebbero effetti per la progressione di carriera.

Non sembrerebbe voler risparmiare la Scuola la proposta di proroga, a tutto il 2014, del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici lasciata in eredità dal Governo Monti, attraverso la bozza di decreto legislativo approvata dal CdM uscente: l’ipotesi, su cui già il Consiglio di Stato ha dato il suo parere positivo, lo scorso 3 maggio è stata trasmessa alla Presidenza della Camera, dove anche la Commissione Bilancio ha dato il suo assenso al provvedimento. Nelle prossime ore anche un ristretto gruppo di senatori, costituenti la commissione Affari Costituzionali si esprimerà al riguardo. L’ultima parola spetterà però al nuovo Governo. Che qualora dovesse opporsi, dovrebbe però anche trovare le modalità per recuperare fondi alternativi a quelli che avrebbe dovuto garantire la proroga del blocco degli stipendi del dipendenti pubblici.

La decisione è molto attesa. Prima di tutto perché se il progetto dovesse essere approvato, dalla scuola scaturirà almeno il 30% del risparmio previsto per tutta la pubblica amministrazione. Queste le novità previste dal decreto: la proroga, fino al 31 dicembre 2014, del blocco della maturazione delle posizioni stipendiali e dei conseguenti incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti; il blocco, senza possibilità di recupero, delle procedure contrattuali e negoziali degli anni 2013-2014; lo stop al riconoscimento degli incrementi contrattuali eventualmente previsti dal 2011; il blocco del riconoscimento di incrementi a titolo di indennità di vacanza contrattuale, anche questi senza possibilità di recupero.

Tutti i sindacati che si occupano di scuola e di dipendenti pubblici si sono detti, al pari dei lavoratori, molto preoccupati di una prospettiva di questo genere. Tra i più combattivi c’è sicuramente Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir alle alte professionalità “Se il Governo Letta non saprà uscire da questa ‘trappola’ – sostiene il sindacalista siciliano – ai dipendenti pubblici e alle loro famiglie verrà conferita una mazzata da cui sarà difficile riprendersi: più di 3 milioni di lavoratori si ritroveranno privati di circa il 10% dello stipendio, che corrisponde a circa 200 euro al mese. Non bisogna poi mai dimenticare che tale misura si abbatterebbe su dei dipendenti, quelli della scuola, che nel 99 per cento dei casi non potendo attuare su alcun tipo di carriera professionale, vengono compensati proprio da quegli scatti e 'gradoni' stipendiali che dal 2010 il Governo ha deciso di sottrargli per far quadrare i conti pubblici”.

Per il sindacato, quindi, non vi sono dubbi: “il blocco è lesivo degli articoli 1, 4, 36, 39 e 53 della Costituzione, per analogia non potrà negare lo stesso trattamento agli altri dipendenti pubblici che rivendicano il medesimo diritto allo stipendio equo”. Pacifico lo ha ribadito a chiare lettere il 23 maggio, nel corso di un’audizione in Senato a nome della Confedir: il blocco degli stipendi si basa su una “norma illegittima perché non transeunte, arbitraria e inutile”, ha chiosato il sindacalista. Ricordando che a sostenerlo è stata la Consulta con la sentenza 223/2012, che ha dato ragione ai magistrati. Ora, il blocco degli stipendi e dell'indennità di vacanza contrattuale fino al 2014 e fino al 2013 per il personale della scuola non è eccezionale e transeunte perché non riguarda un solo anno ma un quadriennio, è arbitrario perché non ad tempus ma ad libitum visto il carattere tributario della norma nei confronti di una sola categoria di contribuenti, i dipendenti pubblici, e non consentaneo allo scopo prefisso perché il blocco che si intende prorogare e non recuperare insieme ai 300.000 tagli effettuati nella P.A. negli ultimi tre anni non ha prodotto risparmi visto l'aumento di 10 punti di spesa del debito pubblico”.

Anief-Confedir hanno infine accennato ad un’altra probabile “tegola” in arrivo per docenti e Ata: “i recenti aumenti contrattuali disposti per legge per la scuola nel 2011, sembrano non siano più considerabili come tali ai fini della progressione di carriera”. Se così fosse, per i tribunali della Repubblica si profila un’altra ondata di ricorsi in arrivo.

Fonte: Tecnica della Scuola

 

La norma sul blocco degli scatti nella Pubblica Amministrazione "è illegittima perché non transeunte, arbitraria e inutile". Lo afferma Marcello Pacifico, delegato Confedir al Contenzioso, al termine della sua audizione in Commissione Affari Costituzionali del Senato.

"Per i giudici della Consulta - dichiara Pacifico - i sacrifici richiesti a tutti i dirigenti e dipendenti pubblici devono essere eccezionali, transeunti, non arbitrari e consentanei allo scopo prefisso. Ora, il blocco degli stipendi e dell'indennità di vacanza contrattuale fino al 2014 e fino al 2013 per il personale della scuola non è eccezionale e transeunte perché non riguarda un solo anno ma un quadriennio, è arbitrario perché non ad tempus ma ad libitum visto il carattere tributario della norma nei confronti di una sola categoria di contribuenti, i dipendenti pubblici, e non consentaneo allo scopo prefisso perché il blocco che si intende prorogare e non recuperare insieme ai 300.000 tagli effettuati nella P.A. negli ultimi tre anni non ha prodotto risparmi visto l'aumento di 10 punti di spesa del debito pubblico".

"A rischio, infine, i recenti aumenti contrattuali disposti per legge per la scuola nel 2011, che sembrano non siano più considerabili come tali ai fini della progressione di carriera - sottolinea la Confedir -. Se dovesse essere approvato il regolamento, il sindacato chiederà giustizia ai tribunali della Repubblica per ottenere il giusto riconoscimento al lavoro svolto in questi anni".

Fonte: Italpress

 

Anief conferma la volontà di ricorrere contro questo blocco che viola l’articolo 8 della Cedu. E che diventa ancora più anacronistico dal momento che si sta discutendo sempre più seriamente sulla necessità di abolire le province. I dubbi aumentano se, come sembra, il trasferimento sarebbe possibile per i neo-assunti che chiedono il passaggio di ruolo o di cattedra.

Non si può vietare per un quinquennio il trasferimento interprovinciale degli immessi in ruolo a partire dall’anno scolastico 2011/2012, dice Anief. In questi giorni, infatti, ad almeno 30 mila insegnanti e Ata, assunti a partire dal 1° settembre 2011, è stato negato di potersi avvicinare ai loro figli, coniugi, compagni e genitori. Negando loro pure l’assegnazione provvisoria annuale anche qualora vi fossero “cattedre” e posti liberi nella loro provincia di residenza.

Tutta colpa degli effetti nefasti dell’applicazione del CCNI del 29 febbraio, 13 luglio e 6 dicembre 2012. Oltre che dell’approvazione dell’art. 9, c. 21 della Legge 106/2011.

La norma, dice sempre Anief, sembrerebbe lasciare aperto più di uno spiraglio per i passaggi di cattedra e di ruolo di tipo interprovinciale. A tal proposito viene da chiedersi se si siamo di fronte ad un “buco” normativo, ad una dimenticanza, oppure ad una precisa volontà del legislatore. Se dovesse rivelarsi esatta quest’ultima ipotesi, con l’apertura concessa solo ai neo-assunti che chiedono di cambiare classe di concorso o livello scolastico, sarebbe ancora più evidente la discriminazione in atto.

Per questo Anief pensa che quanto sta accadendo rappresenti un palese oltraggio dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo, attraverso cui si tutelano gli interessi superiori del fanciullo. Inoltre, come ha ricordato a più riprese la Corte di Strasburgo, lo Stato ha il dovere di adottare tutte le misure necessarie al rispetto della vita familiare e alle relazioni tra gli individui appartenenti a una famiglia. E tutto ciò diventa ancora più paradossale, dal momento che si bloccano decine di migliaia di docenti proprio mentre si sta discutendo sempre più seriamente sulla necessità di abolire le province”.

In attesa dell’esito di centinaia di ricorsi presentati ai giudici del lavoro, il sindacato conferma la volontà di rivolgersi alla Corte Costituzionale, proprio per l’evidente violazione dell’articolo 8 della Cedu e in ultima istanza anche alla Corte di Strasburgo.

Fonte: Tecnica della Scuola